Cooperativa sociale che offre servizi di ascolto, orientamento, formazione, accoglienza rivolti a detenuti/e, ex detenuti/e e persone che vivono in condizione di disagio sociale.

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Relazione annuale della Garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Roma Capitale

Lunedì 28 luglio al Palazzo Senatorio abbiamo seguito l’incontro di Valentina Calderone – Garante dei diritti delle persone private delle libertà personale di Roma Capitale – in cui è stata presentata la Relazione annuale. 

 

La drammatica situazione delle carceri romane viene fotografata dai numeri raccolti nella relazione. Una condizione di sovraffollamento insostenibile per Rebibbia e ancor di più per Regina Coeli: Calderone esordisce la presentazione ricordando che non è più possibile continuare a definire questo stato delle cose con il termine “emergenza”. L’evidenza del carattere strutturale delle problematiche che continuano a versarsi nelle quotidianità ristrette degli istituti di pena romani impone la ricerca e l’attuazione di nuove soluzioni.

 

Sono 4 gli Istituti presenti sul territorio di Roma Capitale:

  • Rebibbia
  • Regina Coeli 
  • Casal del Marmo – IPM
  • Ponte Galeria – CPR 

A questi si aggiungono anche gli istituti di Gjader in Albania, formalmente sotto il Comune di Roma e dunque, come ricorda la Garante, sotto supervisione sua e del Garante Regionale Stefano Anastasia. La casa circondariale di Gjader ha 24 posti e non è stata ancora utilizzata: “è una vera e propria succursale di Regina Coeli”. 

Il lavoro del 2024 della Garante e il suo staff è descritto nella relazione disponibile online al seguente link: Relazione annuale Garante Roma Capitale.

 

La figura: Garante dei diritti delle persone private della libertà personale

Questo ruolo viene istituito per la prima volta in Italia proprio a Roma con la delibera n.90 del 14 maggio 2003. Il primo a ricoprire questa figura è stato il Professor Luigi Manconi. Nello stesso anno viene istituita la figura del Garante regionale. 

«Il processo di nascita dei Garanti territoriali è stato un vero e proprio movimento dal basso e si inserisce in un contesto di soggetti che operano per la difesa civica, la tutela e la promozione dei diritti di chi si trovi in condizioni di svantaggio e di minore capacità di autonoma tutela e rappresentanza. Il processo per l’istituzione di figure di garanzia dei diritti delle persone private della libertà partito dalla città di Roma ha contribuito alla nascita, con il decreto legge n.146 del 23 dicembre 2013 convertito con modificazioni dalla legge 21 febbraio 2014, del Collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, nominato per la prima volta nel 2016.»

Alcuni numeri: la piaga del sovraffollamento 

Nella Relazione annuale della Garante dei diritti delle persone private della libertà personale sono elencati e descritti tutti gli istituti di pena del territorio romano scritti sopra.

 

Struttura Capienza ufficiale Detenuti / persone presenti Anno di riferimento / data
Casa circondariale Regina Coeli 566 posti 1 092 detenuti dati al 30 giugno 2025 
Istituti Rebibbia Nuovo Complesso 1 170 posti 1 571 detenuti dati al 30 giugno 2025 
Rebibbia femminile 265 posti circa 369 detenute al 30 giugno 2025 
Casal del Marmo (minorile) 63 posti 63 minori (tra 14–25 anni) dato riportato nella relazione 2024 
CPR di Ponte Galeria (settore maschile) 104 posti (ridotti da 120) 1 133 transitati nel 2024; solo 168 rimpatriati dati sull’anno 2024
CPR di Ponte Galeria (settore femminile) 5 posti circa 45 donne transitate nel 2023 capienza 5 posti è l’unica per donne in Italia 
Centro di trattenimento Gjadër (Albania) 880 posti (trattenimento), 144 posti (CPR), 24 posti (carcere) non indicati numeri effettivi presenti struttura prevista dal protocollo Italia‑Albania 2024 

 

Il sovraffollamento è una piaga delle carceri italiane e un problema che non si risolve costruendone di nuove. Quando un carcere è sovraffollato, oltre alle condizioni igieniche sempre più precarie e alle difficoltà acuite del vivere in spazi sempre più stretti, sono tutte le promesse costituzionali sulla pena non punitiva a venir meno. Con un carcere sovraffollato non può funzionare bene un’infermeria, non c’è abbastanza personale nell’area educativa, sono più complesse e resi quasi impossibili i tentativi di progettazione. 

 

Magistrati in carcere per 15 giorni?

“Magistrati in carcere” sembra dire il disegno di legge Sciascia-Tortora dello scorso 30 giugno. Magistrati in carcere per 15 giorni e notti, prima di acquisire il potere di giudicare e condannare. In sostanza sembra dire: tu che con una sentenza puoi cambiare radicalmente la vita di una persona, devi prima sapere com’è quella vita ristretta. 

 

La proposta Sciascia-Tortora è stata presentata nel carcere di San Vittore a Milano. La formula “magistrati in carcere” starebbe a indicare un periodo obbligatorio per la formazione dei futuri membri della Magistratura italiana, come un tirocinio curriculare dietro le sbarre. Si richiederebbe dunque di passare 15 giorni nelle stesse condizioni in cui vivono a oggi più di 60 mila persone in Italia, al fine di rendere il processo e il relativo giudizio più umano e consapevole; attenuare gli eventuali errori giudiziari; magari diminuire il sovraffollamento.

 

Il sovraffollamento: emblema ormai della condizione carceraria italiana. “Senza respiro” è il titolo del XXI rapporto di Antigone. Un’immagine che dà una chiara idea di come si vive dentro:

«Al 30 aprile 2025 erano 62.445 le persone detenute nelle carceri italiane, 164 in più del mese precedente. Se si pensa che le nostre carceri hanno una capienza media di circa 300 posti, significa che la popolazione detenuta sta crescendo dell’equivalente di un nuovo carcere ogni due mesi, un dato esorbitante per poter pensare di rispondere con una qualunque strategia di edilizia penitenziaria.» – Senza respiro

 

La proposta di far entrare i magistrati in carcere invece può essere sufficiente a risolvere il sovraffollamento penitenziario? Mi sembra difficile. Tuttavia, può sicuramente aiutare a non far prendere decisioni affrettate sulle condanne. Quindi magari, in minima parte sì. Quello che servirebbe è forse aumentare le strutture di accoglienza per le misure alternative e ancor di più farvi accedere più persone possibili, senza discriminazioni o arbitrarietà nel giudizio. Infine, sarebbe sicuramente d’aiuto dare credito e ascoltare l’urgente e necessario appello del Garante dei diritti delle persone detenute: un provvedimento di clemenza.

In ogni caso, la proposta di legge si muove con l’intenzione di modificare in meglio il rapporto tra magistratura e cittadinanza e nasce dall’unione di diverse realtà: l’associazione Amici di Leonardo Sciascia, l’associazione Italia Stato di Diritto, la Fondazione Enzo Tortora, e la Società della Ragione. L’idea di far entrare i magistrati in carcere non è così nuova, come ricordato nell’articolo di Alessandra Mancini su Open:

«Un’idea che risale in realtà a Leonardo Sciascia, il quale sul Corriere della Sera del 7 agosto 1983 propose che i magistrati trascorressero almeno tre giorni all’interno delle carceri, a stretto contatto con i detenuti. «Sarebbe indelebile esperienza, da suscitare acuta riflessione doloroso rovello ogni volta che si sta per firmare un mandato di cattura o per stilare una sentenza», si leggeva sul quotidiano di Milano.» – 15 giorni (e notti) in carcere per i futuri magistrati: la proposta di legge per cambiare la giustizia dall’interno

Nuova fase di contrazione della criminalità?

La realtà dei numeri e la narrativa della sicurezza

Alessia

I numeri intorno alla criminalità in Italia sono stati raccolti nell’apposita sezione dell’ultimo rapporto di Antigone: Senza respiro (disponibile qui).

 

Leggere numeri e statistiche, prenderli a baluardo dei discorsi e delle riflessioni che sostengo, di solito non mi piace. La parzialità dei numeri e la pretesa di assolutezza della verità scientifica credo che spesso non riesca a rappresentare le moltitudini della realtà che si vive. Certo, i numeri ci dicono sempre qualcosa, questo non è negato. E mentre leggo il XXI Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione, mi richiama la voce “criminalità”.

 

Prima di arrivare ai numeri, penso a come mi ci approccio. E penso alle persone che entrano effettivamente in carcere. Non posso non pensarci, soprattutto perché in questi giorni è stato approvato un decreto che criminalizza la povertà, il dissenso, la protesta pacifica, la voce e i pensieri delle persone e che legittima (più di prima) la violenza istituzionale; nonché privilegia uno stato di polizia. Tutto questo conta mentre apro l’approfondimento di Antigone sulla criminalità: i numeri smonteranno gli allarmismi e il clima di urgenza alla sicurezza, penso. Mi ricordo infatti di Chi va in carcere:

Il 29 gennaio 2025, S.R. ha scelto la morte nel carcere di Vigevano. Era un dipendente dell’ATM di Milano. Come riportato da Fanpage.it era stato arrestato per una rapina di 55 euro commessa nel gennaio 2020. Nonostante avesse un lavoro stabile, S.R. aveva problemi di alcolismo e soffriva di ludopatia: le condizioni che lo avevano portato a compiere il reato. Dopo l’arresto nel dicembre 2024, il suo avvocato aveva richiesto misure alternative alla detenzione, evidenziando il grave stato depressivo del cliente e precedenti tentativi di autolesionismo.

La richiesta però non è stata accolta dal magistrato di sorveglianza che ha rigettato l’istanza, ritenendo necessario attendere ulteriori valutazioni mediche. Poco dopo aver ricevuto una comunicazione dall’azienda circa un possibile licenziamento, il gesto estremo.

 

Criminalità pure è un termine critico, banalizzato e romanticizzato da mezzi artistici pregni di fetish sulla “devianza” (qualcuno l’ha chiamata pornografia della violenza) e studiato, spulciato, messo in caselle, dissezionato; un termine utilizzato come spauracchio e rivendicato come un nemico invisibile di un ordine sociale consolidato attraverso la repressione. Insomma,  se guardo alla criminalità mi vengono in mente le recenti suggestioni di Francesca Cerbini sui diversi “eventi (ad esempio guerre e genocidi), luoghi (ad esempio le sale giochi), leggi (ad esempio la Legge Bossi-Fini o DDL sicurezza 1660)” che possono ledere le persone e la comunità: questi fatti e simili non incorrono in nessuna conseguenza di pena. L’arbitrarietà con cui si identifica un crimine mi fa interrogare sulla stessa esistenza del crimine come “atto intrinsecamente criminale”. 

 

Un’analisi più approfondita dei primi semestri del quinquennio 2019-2024 mostra che nel primo semestre del 2019, le denunce avevano raggiunto quota 1.149.414. Confrontando questo dato con quello del primo semestre del 2024, si evidenzia una diminuzione, con 1.121.866 denunce. Questo calo non è solo significativo rispetto all’inizio del periodo analizzato, ma si manifesta anche rispetto al primo semestre dell’anno precedente (2023), quando le denunce si erano attestate a 1.134.766. Questi dati semestrali suggeriscono una possibile nuova fase di contrazione della criminalità, almeno nella prima parte degli anni più recenti. – Criminalità, rapporto Antigone 2025

 

Si confermano come reati più frequenti in Italia, quelli della categoria “contro il patrimonio”, a seguire quelli “contro la persona” e infine quelli “in materia di stupefacenti“. Questi numeri dicono, come esplicita la stessa Antigone, che il nostro sistema penale e “di giustizia” favorisce l’incarcerazione per reati non violenti. Di nuovo, guardiamo alla serie dei neonati reati: riguardo il carcere in particolare ne ha parlato anche Nello Trocchia. Introdurre il reato di resistenza pacifica in carcere significa che – spiega il giornalista  – quando le persone detenute non hanno garantiti i diritti fondamentali (mettiamo del cibo sano, buono, sufficiente) e decidono di mettere in atto una protesta per rivendicarli (ad esempio, la battitura) possono incorrere in reato. Quindi più anni di galera.

Galera che come sappiamo è al collasso. I numeri della detenzione raccolti da Antigone sono drammaticamente importanti anche in questo senso.

 

Cosa mi dicono i numeri su una complessiva criminalità “stabile” e tendente a una decrescita, antecedenti l’aumento dei reati in nome della sicurezza? 

Dicono che c’è un evidente paradosso teorico,certo strategico: aumentare le pene per legittimare la repressione delle marginalità e l’uso della forza fisica da parte dello stato in nome di un’emergenza criminalità che inizia a esistere proprio nel momento in cui il DDL 1660 è stato approvato.

Questi numeri dicono che i prossimi potrebbero salire: non a causa dell’aumento del crimine, piuttosto in conseguenza all’aumento della criminalizzazione. 

La cella in piazza

ALESSIA

La cella detentiva è lo spazio angusto e ristretto in cui vivono a oggi 62.397 persone in Italia. Secondo i dati forniti dal progetto “Sovraffollamento carcerario in Italia” del giornalista Marco Dalla Stella, questo è il numero totale delle persone detenute, aggiornato al 16 aprile e 

«… a fronte di una capienza regolamentare di 51.280 posti. Di questi, però, 4.477 posti non sono disponibili. Questo fa sì che il tasso di affollamento sia del 133,293%».

 

Una cella che – come ricorda l’antropologa Francesca Cerbini nel recente libro “Prison Lives Matter”non è mai solo una cella. Uno spazio da addomesticare e personalizzare, un luogo che a volte rappresenta l’unica possibilità di riappropriazione dell’intimità del corpo, la cella dove – alcuni mi hanno detto – ci si chiude a fine giornata, quando non si ha più voglia di stare con gli altri. Una cella che viene pulita fino allo sfinimento, dove si convive stretti con due, tre, quattro persone; un letto in cui si dorme tutto il giorno, in cui non si trovano speranze; un buco in cui solo quest’anno, venticinque persone hanno trovato la morte. Una cella che oltre a tutto questo è ancora molto altro. 

 

La stessa cella, spogliata dei significati e delle sofferenze dei suoi abitanti, è stata sbattuta in piazza del Popolo a Roma, in occasione della festa della polizia penitenziaria lo scorso 25 marzo. Un’amica mi ha inviato il link qualche settimana fa sbigottita. Assurdo, mi ha scritto.

Il video del sovrintendente che illustra lo spazio ricostruito della “stanza di pernottamento per i detenuti”, vi invito a guardarlo, è anche sulla pagina instagram del Ministero della Giustizia. Il contenuto in sé è disturbante ma lo diventa ancor di più leggendo il copy (imbellettato di emoticon) che utilizza una frase gancio indimenticabile: Curiosità e specialità della polizia penitenziaria! 

 

Curiosità e specialità, una visita turistica in una cella a cielo aperto illuminata dalla luce del sole. Una stanza nuova, con le pareti pulite, un armadio, un letto a castello, una piccola scrivania con una sedia bassa, un bagno. Prima di tutto viene mostrata però la domandina (il modulo 393). Lo strumento attraverso cui passa la vita della persona ristretta, come scritto altrove su questo blog:

«Dopo la prima notte, una notte di incubi in cui hai dovuto fare i conti con i fantasmi del tuo inconscio, ti alzi e ti guardi intorno smarrito, poi ti informi col tuo compagno di cella per questa o quella necessità quotidiana. Ti dirà che devi fare una “domandina”, si avete capito bene, domandina, indicando la “stanza di appartenenza” – attenzione – “stanza” e non “cella”. Ovvero quello spazio dove sei ristretto in 6 con accanto pochi altri metri quadri dove si cucina e si defeca anche». M49, L’orso

 

«In carcere devi fare domandina per tutto, per tutto ci vuole la domandina: per poter parlare con l’assistente sociale, per poter parlare con la psicologa, per poter parlare con il direttore, con il “capo posto” (il capo del reparto).

Per fare entrare dentro un paio di scarpe nuove ad esempio, perché le vecchie sono rotte, devi darle prima indietro (le vecchie) altrimenti non entrano (le nuove). E certe domandine si perdono, diciamo si perdono… Tante le cestinano e invece tante si perdono. La domandina è tutto, senza domandina in carcere non ci fai niente». Domenico

 

Nella visita guidata della cella in piazza c’è poi un’attenzione particolare alle misure di sicurezza. La struttura ferrosa del letto è fissata al pavimento per evitare che possa essere usata da loro come barricata e quel nuovo sgabello con lo schienale (purtroppo, sembra essere stato introdotto da poco) è potenzialmente pericoloso perché si può afferrare più facilmente per essere scaraventato addosso a qualcuno. Il materassino sembra fatto tipo di gommapiuma, viene alzato per farci vedere il materiale: attenzione, non per dirci quanto possa essere scomodo ma che può essere tagliato per nasconderci le cose; così come nello scarico del bagno – assente nella riproduzione in piazza della cella – dove spesso, dice la guida, ci si trovano tutte le armi fabbricate da loro. Anche quest’ultime vengono mostrate nel reel, sono accuratamente esposte in una teca proprio come in un museo.  

 

Quando ho letto e ho visto la ricostruzione della “stanza di pernottamento”, ho subito pensato a un’altra cella che era stata esposta nell’estate del 2024 da Il Dubbio. E Il Dubbio stesso ha commentato l’apparente somiglianza delle iniziative che sono state costruite però, è evidente, sulla spinta di motivazioni opposte. La cella de Il Dubbio, esposta al Salone del Libro di Torino e poi in piazza di Pietra a Roma, aveva come obiettivo quello di

«far comprendere quanto disumana, alienante sia, per l’essere umano, l’esperienza dell’isolamento dal mondo, della privazione di libertà, affetti, senso del futuro. C’era in sottofondo il clangore dei catenacci che serravano i cancelli. Era un modo per dire: sappiate che c’è un’umanità, dietro quelle sbarre, scaraventata in una disperazione profonda. Non riducete il carcere al pozzo nero dell’esistenza in cui rinchiudere ciò che non si vuol vedere. Perché anche se non volete vederlo, esiste comunque. E noi ve lo mostriamo. Volevamo abbattere il muro che separa la vita della detenzione. Perché cittadini e reclusi potessero idealmente condividere una verità».

 

La cella esposta alla festa della polizia penitenziaria sembra più un modo per dire: guardate che belve, dobbiamo addirittura ragionare sul fatto che lasciargli uno sgabello con lo schienale possa essere pericoloso. Nulla di nuovo, certo. La narrativa della sicurezza in carcere è più forse una lente con cui si osserva prima di tutto la persona ristretta e che presuppone un atteggiamento pregiudiziale da parte di tecnici, personale e cittadinanza esterna ma che non tiene presente ed elude completamente sia le strutture asimmetriche di potere che le condizioni strutturali di violenza (“Oltre il potere e la burocrazia” David Graeber) che sono alla base dell’istituzione totale. 

Così, parafrasando il sociologo Luca Sterchele, si potrebbe dire che attraverso il discorso onnipresente sulla sicurezza si acuisce l’asimmetria di potere tra il personale penitenziario e le persone detenute che diventano agli occhi dei primi qualcosa di più simile a dei nemici piuttosto che “esseri umani in custodia” (Drake, 2015 in “Il carcere invisibile. Etnografia dei saperi medici e psichiatrici nell’arcipelago carcerario” di Luca Sterchele)

 

“Più sicurezza per questi mostri” è un motto relativamente semplice che oltre a trapelare dalle immagini e dalle parole del video sulla cella in piazza del Popolo, mi pare evidente sia andato oltre i confini del carcere e abbia invaso proprio quelle piazze in cui il dissenso è diventato una questione di sicurezza. 

 

O forse lo era già da un po’, ma adesso è pure legge.

Di carcere si muore

Da Regina Coeli a Modena, da Modena a Firenze Sollicciano – i suicidi in carcere 

A Regina Coeli un ragazzo di 23 anni si è tolto la vita, è stato trovato nel bagno della sua cella. A Regina Coeli, dove vivono 1060 persone in spazi pensati per 566. A Regina Coeli,  non c’è aria per respirare, non c’è spazio per muoversi, non ci sono opportunità né scelte, né alternative. A Regina Coeli, come altri carceri italiani, si preferisce la morte

«La situazione è da tempo ingovernabile e meriterebbe interventi celeri e concreti da parte dell’esecutivo.» – ha detto De Fazio, segretario generale della Uil-Pa polizia penitenziaria

Fino al 31 dicembre dell’anno appena passato ci siamo augurat3 che le cose cambiassero, con l’amara consapevolezza che non sarebbe successo veramente. Trovo sia dannatamente ironico ricominciare il conto dei suicidi in carcere neanche una settimana dopo l’aver affermato che il 2024 è stato l’anno che ha registrato un numero indicibile di vite spezzate dall’istituzione penitenziaria (89 persone detenute e 7 agent3). 

Ma così siamo abituat3 a fare, a darci dei tempi e dei numeri. Quindi ripetiamolo anche qui, l’anno nuovo è iniziato da appena 9 giorni e sono già morte 5 persone detenute e 1 operatore.

«È palese che in queste condizioni non si possa neanche pensare a concreti processi organizzativi, ma ci si rabatti giorno per giorno mirando alla “sopravvivenza”, senza peraltro riuscire sempre a salvaguardala, come in questi casi. Parlare di art. 27 della Costituzione e di rieducazione è esercizio di mera retorica”, prosegue il segretario. “Servono subito misure deflattive della densità detentiva, vanno compiutamente potenziati gli organici della Polizia penitenziaria e delle altre figure professionali, è necessario assicurare l’assistenza sanitaria e vanno avviate riforme complessive dell’esecuzione penale. Il 2025 è cominciato malissimo.» – ha sentenziato De Fazio

Oltre al ragazzo a Regina Coeli, ricordiamo l’uomo sui 40 anni che si è tolto la vita nel carcere di Paola in Calabria. Meno di 24 ore dopo, nello stesso carcere, a scegliere la morte è stato un impiegato delle funzioni centrali. Il giorno dopo la chiusura definita delle festività natalizie sancita dall’arrivo dell’epifania, a morire è stato un altro uomo detenuto, questa volta nel carcere di Modena. 

«L’uomo avrebbe inalato gas da un fornello da campeggio, un gesto che lascia dubbi sulla sua natura: un incidente durante una pratica per ottenere effetti allucinogeni o un deliberato suicidio? Tuttavia, l’assenza di tossicodipendenza porta a propendere per la seconda ipotesi.» – si legge su “Il Dubbio”.

Sempre a Modena domenica scorsa si è spenta un’altra persona detenuta che era stata condotta in ospedale dopo aver tentato di suicidarsi. Nei primissimi giorni del 2025 invece, un uomo ha scelto la morte al posto del carcere di Firenze Sollicciano. 

Il giorno della vigilia di Natale siamo stat3 contattat3 su Instagram da una volontaria che ci ha espresso l’esigenza di condividere la frustrazione circa le condizioni delle carceri italiane.

«Ciao, operando come volontaria nel settore carcerario, sento il peso di dover lanciare un grido d’allarme. Le recenti violenze nel carcere di Trapani, i numerosi suicidi e le inquietanti dichiarazioni del sottosegretario alla Giustizia Delmastro hanno messo a nudo un sistema carcerario marcio. Non si tratta più di ‘poche mele marce’, ma di un problema strutturale. La violenza all’interno delle mura carcerarie non è un’eccezione, ma la regola. Un equilibrio precario basato su minacce e soprusi, dove le gerarchie sono rigide e implacabili. I più deboli sono vittime di vessazioni costanti. Come sosteneva Norberto Bobbio, le carceri sono uno specchio della società. Ciò che accade dietro le sbarre ci rivela molto sulla collettività e sullo stato-istituzione. I direttori di carcere sembrano gli ultimi feudatari, detenendo un potere quasi assoluto sulle vite dei detenuti. Il personale di polizia penitenziaria, nella maggior parte dei casi, è complice di queste vessazioni. Chi osa opporsi viene isolato e marginalizzato.

Il malaffare, la corruzione e la violenza regnano sovrani, calpestando ogni forma di dignità umana. È giunto il momento di affrontare questo tema con onestà e coraggio. A tal proposito, consiglio la lettura del romanzo “La collina delle lucciole- Cronaca di un carcere a luci rosse” di Rocco Casalegno pubblicato da Amazon. Basato su fatti realmente accaduti, questo libro offre una denuncia cruda e appassionata delle condizioni carcerarie italiane. È un grido di disperazione che arriva direttamente dall’interno del sistema. 

Ti chiedo, nei limiti delle tue possibilità, di promuovere un dibattito approfondito su come migliorare le condizioni di vita dei detenuti e garantire una maggiore umanità all’interno delle nostre carceri.» – Gaia Fardini

Quando si inizierà a pensare alle carceri, ai loro abitant3? Quando cesserà il silenzio istituzionale di fronte a un sistema che non funziona? Quando diverrà formalmente illegittimo il morire di carcere?

IPM – 365 giorni dopo il decreto Caivano

Le prevedibili, perniciose conseguenze ne Il dossier di Antigone sull’emergenza negli IPM

Sugli IPM italianiIstituti penali per minori – e sulla tempesta che gli si è abbattuta contro con il decreto Caivano, avevamo già detto lo scorso febbraio delle terribili conseguenze che un certo tipo di approccio, punitivo, criminalizzante e oppressivo, avrebbero prodotto. Riportando le ricerche e le riflessioni dell’associazione Antigone nel rapporto “Prospettive minori”, avevamo messo in luce i punti maggiormente critici del decreto.

Nell’ottica di una dialettica causa-effetto osserviamo quali sono i mutamenti introdotti a settembre 2023 che hanno comportato e con tutte le probabilità continueranno a comportare la crescita delle presenze negli Istituti Penali per Minorenni: 

«La possibilità di disporre la custodia cautelare in particolare per i fatti di lieve entità legati alle sostanze stupefacenti». Secondo il rapporto di Antigone infatti, se nel 2023 le ragazze e i ragazzi in misura cautelare erano 243, a gennaio 2024 il numero sale a 340.   

«L’aumentata possibilità introdotta dal Decreto Caivano di trasferire i ragazzi maggiorenni dagli IPM alle carceri per adulti». Il rapporto ci informa che quasi il 60% delle persone detenute nelle carceri minorili sono minorenni, principalmente tra i 16 e i 17 anni. – Istituti penali per minorenni – gli effetti del Decreto Caivano secondo il Rapporto di Antigone 

Se a soli pochi mesi dalla sua promulgazione il decreto in questione aveva già fatto aumentare esponenzialmente il numero della popolazione detenuta minorenne in Italia, quali sono le condizioni degli IPM un anno dopo?

«Non avevamo mai visto nulla di simile. Nonostante la nostra lunga esperienza nel monitoraggio delle carceri italiane, è la prima volta che troviamo un sistema minorile così carico di problemi e denso di nubi. La nostra preoccupazione cresce di giorno in giorno. Non riusciamo a immaginare come potrà finire questa storia.» – Dossier di Antigone

Prima di tutto quindi, l’aumento delle presenze negli IPM (+16,4%): un fondamentale passo indietro rispetto al passato in cui gli istituti penali per minori italiani si facevano portavoce di un sistema educativo che prevedeva per ragazze e ragazzi azioni e misure alternative più efficaci rispetto ad esempio a quelle previste per il sistema penitenziario per adulti. Se nel 2019 la popolazione detenuta minorile contava 382 persone su tutto il territorio nazionale, nel 2024 abbiamo un numero di presenze superiore a 500: una vetta mai raggiunta e per giunta in crescita. In crescita, come non è invece il numero di denunce e segnalazioni nei confronti dei minori. Tra l’altro, è anche da considerare, come scrive Antigone, che:

«sarebbero ben di più i ragazzi oggi in IPM se non fosse che il decreto in questione ha permesso il trasferimento al sistema degli adulti di tanti ragazzi che, avendo commesso il reato da minorenni, avevano compiuto la maggiore età.» – Dossier di Antigone

A sorprenderci poco sono poi le problematiche legate all’aumento delle presenze che riguardano il sovraffollamento, le condizioni di precarietà e la gestione repressiva delle proteste che non vengono ascoltate. 

Metà settembre 2024, 569 presenze negli IPM, tasso di affollamento medio del 110%. A superare la capienza media sono 12 istituti su 17.  Ricordiamo che dietro i numeri ci sono le persone con le loro storie e in questo caso, ci sono ragazze e ragazzi.

La situazione fotografata da Antigone (che vi invitiamo ad approfondire) ci lascia un forte senso di ingiustizia perché ancora una volta, a fronte di un evidente e lampante disagio giovanile e sociale si preferisce «assumere, sui castighi, la prospettiva della tattica politica». (“Sorvegliare e punire. Nascita della prigione.” Michel Foucault.)

L’incarcerazione come sport olimpico nazionale

Si scherza? Non saprei. Parliamo ancora di sovraffollamento, di un tasso di suicidi ormai ben più che allarmante (siamo oltre i 70), un’emergenza carceri continua, che peggiora, si dilata a macchia d’olio e che svela le ipocrisie del sistema penitenziario italiano. Chiamarla ancora “emergenza” è quella moda che non passa mai, un po’ come quando si parla, nel pieno del fenomeno del cambiamento climatico, di emergenza ambientale e c*z*i vari. Ne parliamo ancora con tutto il rischio di sembrare monotematici: le problematiche delle carceri italiane sono strutturali, fanno parte del sistema che alimentano e no, non sono risolvibili aumentando le possibilità di incarcerazione. 

«A dire il vero, quando si parla di sovraffollamento in carcere, non si può più definirla un’emergenza: il nostro sistema penitenziario è in sovraffollamento strutturale dall’inizio degli anni ‘90 del secolo scorso.» – Stefano Anastasia per La Notizia.

Vorremmo condividere quello che il Garante dei diritti delle persone private della libertà del Lazio ha affermato in questi giorni, non perché a dirlo è stata una figura istituzionale, ma perché siamo totalmente d’accordo con lui! 

A cosa serve costruire più istituti penitenziari e dare più opportunità di accesso alle misure alternative, se aumentano i reati e le magiche soluzioni detentive per le persone che non sono in linea della normatività sociale? Ci sembra veramente assurdo, eppure c’era da aspettarselo, quello che viene normato con il nuovo Decreto Sicurezza: l’introduzione del reato di protesta (quindi la resistenza non violenta) è un grandissimo attacco alla democrazia. Immaginiamo, anzi rendiamoci conto che a essere criminalizzate sono tutte quelle persone che si battono per esprimere un dissenso, un parere, un ideale sfavorevole o contrario nei confronti della classe politica dominante e del suo operato. Si scherza? Purtroppo, ancora no. E queste persone rischiano il carcere. 

Pensiamo alla classica chiacchierata da bar: le persone detenute vengono dipinte come il peggior male della società, le stesse che sono per la maggior parte rinchiuse per reati che non ledono la persona…

«[…] tra le cause del sovraffollamento possiamo escludere l’aumento dei gravi reati contro la persona o contro la sicurezza pubblica, che non ha traccia nelle statistiche ufficiali. Il sovraffollamento, dunque, è in senso proprio un abuso di incarcerazioni che non risponde a reali esigenze di sicurezza e che non riesce a essere fronteggiato dalla pur enorme crescita delle alternative alla detenzione. Se ne dovessi individuare due cause, le indicherei nella fragilità di un sistema politico-istituzionale privo di effettiva rappresentatività e dunque votato a politiche populiste, particolarmente propense a un uso simbolico della giustizia penale, e nella progressiva desertificazione dei servizi di sostegno e integrazione della marginalità sociale, inevitabilmente destinata a finire in carcere in assenza di qualsiasi altra politica degna di nota.» – Stefano Anastasia per La Notizia.

Viviamo in questo mondo qui, dove non basta l’incarcerazione illegittima dei migranti nei CPR, non basta dare la possibilità alle persone minorenni di essere recluse in attesa di giudizio, non basta che le proteste vengono sedate col sangue dai manganelli fomentati dello stato di polizia, non bastano le gesta disperate di chi sceglie di porre fine alla sua vita tutto questo non basta per ragionare sulle condizioni di una società che perisce sotto le promesse inattese di albe raggianti che non sorgono mai. 

«Il governo pensa di dare soddisfazione al personale penitenziario, legittimamente frustrato dalle proprie condizioni di lavoro in carenza di organico e in ambienti fatiscenti e sovraffollati, bastonando i detenuti, come propone con l’introduzione del nuovo reato di ‘rivolta in carcere’, che sarà attribuibile anche a tre detenuti che si rifiutino pacificamente di rientrare in cella perché vogliono rappresentare al direttore, al magistrato di sorveglianza o al garante qualcosa che non funziona in cella o nella loro sezione. In questo modo, però, non si fa altro che esacerbare gli animi e rendere più difficile il lavoro del personale penitenziario e, in particolare, degli agenti che lavorano in sezione, a diretto contatto con i detenuti. Servirebbe, invece, lavorare per rendere possibile l’azione rieducativa delle istituzioni penitenziarie, a partire dall’adeguamento delle risorse umane ai bisogni della popolazione detenuta. Quindi, certamente va riempito l’organico della polizia penitenziaria, come si è fatto con gli educatori e come si sta facendo con i dirigenti, ma poi vanno ridotte le presenze in carcere a quei detenuti la cui gravità della pena consente e necessita l’opera rieducativa di cui la polizia penitenziaria è gran parte, restituendo al territorio quella marginalità sociale che invece ha bisogno di servizi di sostegno per una vita autonoma e indipendente nella legalità». – Stefano Anastasia per La Notizia.

La morte di unə, il dolore di tant3

LIVIA

Due settimane fa abbiamo scritto un articolo sul sovraffollamento, il caldo e i suicidi in carcere.

Il tempo di pubblicarlo ed è uscita la notizia di un nuovo suicidio e poi di un altro, e poi di un altro ancora.

Tenere questo conto comincia a diventare difficile sotto tutti i punti di vista, solamente chi dovrebbe farsene carico, lo stato e chi lo rappresenta, sembra non avere difficoltà in merito.

Perché questo è importante sottolineare, il carcere è un’istituzione statale, come le scuole e gli ospedali per intenderci.

Tutt3 dovremmo interrogarci sul perché, invece, è diventato e viene percepito come un mondo a parte dove tutto può succedere.

 

Se già più volte ci siamo soffermat3 sul lato politico e sociale dei numerosi suicidi che stanno avvenendo, ora il nostro pensiero si sofferma sul lato emotivo.

La morte di una persona provoca dolore e spiazzamento, la morte per suicidio provoca una miriade di altre sensazioni e riflessioni.

E dietro la morte di una persona c’è il dolore di tant3.

In questi casi c’è il trauma di chi ritrova un corpo senza più vita, che siano poliziott3 o altr3 detenuti; c’è il dolore e lo stupore di chi fino a qualche ora prima aveva condiviso tempi e spazi ristretti; c’è soprattutto il dolore e la disperazione di chi è fuori e a quel “detenutə suicida” voleva bene.

Dolore al quale si aggiungono rabbia, perché il carcere dovrebbe custodire e non uccidere; rimorso, per non aver capito quanto poteva succedere; rimpianto, per un’ultima carezza mancata.

Le persone detenute che si stanno togliendo la vita sono esseri umani non numeri, proviamo ad immaginare cosa significa la perdita di una persona cara, proviamo a ricordare cosa abbiamo provato quando ci è successo.

 

Purtroppo sappiamo tutt3 che ci saranno altre morti e altre rivolte, in un effetto domino potenzialmente infinito.

Purtroppo sappiamo tutt3 che continuerà il silenzio istituzionale, figlio di un disegno repressivo ampio e ramificato.

Purtroppo sappiamo che anche le nostre sono solo parole, lette da poch3 e condivise da pochissim3, ma continueremo a scrivere, a lavorare, a lottare e indignarci finché avremo fiato.

Riflessioni sullo “svuota carceri” e non solo

LIVIA 

Fa caldo, non facciamo che ripetere questa frase in questi giorni. Eppure in linea di massima abbiamo case più o meno spaziose ma comunque vivibili, abbiamo finestre da aprire, passeggiate da fare, il respiro del mare o la frescura della montagna.

Dopo oltre  20 anni di lavoro in carcere il mio pensiero non può che andare alle persone ristrette: spazi angusti e sovraffollati, sbarre alle finestre, porte blindate chiuse con solo uno spioncino, cemento come pavimento, umidità dalle pareti, bottiglie d’ acqua sui piedi come strategia di refrigerio e acqua che manca nelle docce e poi indignazione, mortificazione, insofferenza, rabbia, dolore, disperazione e tanto altro. 

 

Bisognerebbe capire una volta per tutte che la punizione prevista è la privazione della libertà, il resto sono diritti negati al limite della tortura.

Bisognerebbe decidere una volta per tutte se vogliamo essere uno stato che garantisce diritti a tutt𑇒, se davvero si crede in un concetto di detenzione riparativa e educativa oltre che punitiva e mortificante.

 

Tanto si parla in questi giorni di riforme per dare sollievo e respiro a questa situazione di sovraffollamento, misure tecniche semplici e già sperimentate che darebbero una parziale ma maggiore vivibilità. Ma gli interessi politici e le alleanze di partito sono più forti e importanti della sopravvivenza di chi, anche se colpevole, arriva a togliersi la vita pur di non stare in un carcere. 

Ci troviamo davanti ad una totale mancanza di lungimiranza da parte di chi ci governa, che invece di correre ai ripari spaventata da ciò che succede in una loro istituzione continua a discutere e rimandare decisioni importanti al fresco delle aule parlamentari.

La riforma proposta nei giorni scorsi, come già detto da esperti del settore, è vuota e non risolutiva ma per interessi interni e giochi di potere non si giunge ad una soluzione e si paventa all’ opinione pubblica l’uscita di orde barbariche di persone detenute per giustificare misure esclusivamente repressive.

Si aspetta forse qualche rivolta per giustificare la decisione di costruire nuovi carceri invece che depenalizzare e di investire in corpi speciali di polizia invece che in strumenti educativi.

E intanto siamo a quasi 60 suicidi da inizio anno di persone detenute, siamo di fronte ad un imbarazzante e rumoroso silenzio istituzionale che neanche il caldo e il suono delle cicale riescono a cancellare.