Cooperativa sociale che offre servizi di ascolto, orientamento, formazione, accoglienza rivolti a detenuti/e, ex detenuti/e e persone che vivono in condizione di disagio sociale.

Tag: terzo settore

A un anno dalla nascita del blog

Il 13 febbraio dello scorso anno abbiamo pubblicato “ufficialmente” questo blog. Dopo mesi di preparazione, di aspettative, di negoziazioni si è detto a un certo punto: «Ok, puoi andare».

 

Passo dopo Passo è nato con tanti obiettivi, tante speranze e prospettive che in un anno non hanno fatto altro che moltiplicarsi. Se inizialmente abbiamo dato quasi un taglio diaristico, con le voci delle persone detenute all’interno delle strutture di accoglienza gestite della cooperativa PID Onlus, con il tempo si sono aggiunti punti di vista e penne critiche che hanno determinato quel che a me piace chiamare “la rubrica del ricercatore spossato”. C’è chi scrive delle proprie esperienze di dentro, chi decide di dire la sua su un fatto di cronaca, chi vuole raccontare il proprio lavoro, chi ancora riorganizza tutte queste informazioni con la speranza di aprire riflessioni più ampie. Abbiamo utilizzato e continueremo a utilizzare questo blog per dire dei progetti o per informare sulle questioni del carcere in Italia. Scorrendo tutti i 60 articoli prodotti fin qui cresce dentro un senso di soddisfazione generativa che dà risposta alla domanda che tante volte mi sono ritrovata a pormi: «perché lo fai?». Per non parlare del fatto che mi è quasi impossibile selezionare “articoli preferiti”, tutti sono unici a loro modo per il semplice motivo per cui sono stati scritti. 

È travolgente la micro realtà in cui ti immergi.

Così l’abbracci.

Esseri umani: questa la parola che più ho sentito pronunciare durante le mie chiacchierate con le persone seguite dal PID.

Esseri umani in quanto partecipi del rapporto tra individui, persone.

Le dinamiche che si intrattengono in Carcere, l’immediatezza dei ruoli, la consapevolezza sbiadita: fuggevole, attrice, di protesta e sostanziosa – la voce che racconta la complessità della vita.

Questa la realtà, il motivo della nascita di Passo dopo Passo sorge spontaneo.

A un anno dalla nascita del blog abbiamo vissuto avventure di ogni tipo, dall’organizzazione dell’evento celebrativo del nostro lavoro come cooperativa-famiglia, ai primi passi oltre i cancelli del carcere. Ho avuto la fortuna di vedere le persone uscire, ricostruire nuove libertà e nuove opportunità, ho ascoltato la pienezza delle parole «ho finito, non ho più nulla da pagare, ho pagato tutto». Le persone hanno attraversato la casa famiglia, l’hanno vissuta imprimendo la propria traccia sui balconi colorati di un semplice appartamento romano, raccontando parte della loro storia al mio registratore e lasciando che quella storia arrivasse a voi, su questo blog. Un po’ custode di qualcosa che doveva essere detto, che voleva essere narrato. 

Ogni settimana, da quando abbiamo aperto il blog, mi metto a pensare a cosa pubblicare. Non è semplice perché vorrei scrivere robe super “accademiche”, dimenticando che l’obiettivo iniziale era far parlare chi il carcere l’ha vissuto (e magari lo vive ancora). Da quando ho incontrato O, nonostante le difficoltà iniziali, nonostante ancora oggi a volte la comunicazione sia tutt’altro che semplice, il giovedì ricevo puntualmente articoli di innegabile coinvolgimento emotivo. Mi ricorda perché non posso smettere anche se a leggerci siete in pochi, perché mi piace quello che ho scelto di fare, perché ho “bisogno” di continuare a formarmi. 
Quanto è bella la voglia di condividere la propria voce anche quando nessuno l’ascolta o anche quando magari non riceve prontamente risposta. 

A un anno dalla nascita del blog abbiamo visto il mondo chiudersi lentamente e con ferocia, abbiamo sentito stringere il nodo alla gola, la paura che professionalità, dedizione e pazienza non sarebbero più bastati a svolgere al meglio il nostro lavoro. Che le persone detenute, un po’ di più di tutte le altre, non avrebbero neanche più avuto quei pochi diritti che faticano a stringere nelle mani. E tutto sempre con la consapevolezza di quanto sia semplice essere fraintesi quando si parla di carcere, di detenzione, di persone che hanno leso altre persone o le loro proprietà. Ho scritto già da qualche parte che «Quando ci si ritrova in questi discorsi, il rischio è sempre quello di sembrare i grandi giustificatori degli atti criminali, in fondo quel che si cerca qui di sostenere è che il confine tra quel che si considera giusto e quel che si considera sbagliato è troppo labile per perderci in generalizzazioni di questo tipo». 

 

Questa è la società che abbiamo, durante questi lunghi e complessi secoli, costruito. Riconosco a volte con amarezza e disillusione che il desiderio di un mondo più giusto e sicuramente più umano nel pieno senso della parola è una visione utopistica. Forse lo è sempre stata, forse lo sarà sempre.  Sono sistemi complessi che hanno un’altrettanto complessa moltitudine di “ragioni”. Non possiamo negare che figli e figlie della nostra cultura siamo costantemente incazzate e incazzati, senza sapere precisamente il perché. Tutto è così confuso. 

Siamo complici nel guardare un mondo di conflitti, nel vomitevole impigliarsi di una storia feticista. E noi nel nostro piccolo, con il nostro lavoro e il nostro blog cerchiamo di non esserlo. Le domande restano aperte, continuiamo a leggere e a formarci. Continuiamo a sederci su quel divano rosso e ascoltare chiunque in un modo o nell’altro ha esperito la violenza di fuori e di dentro. 

Qual è il confine tra la violenza legittima e illegittima?

 

Sono questi discorsi che lasceremo aperti per altri momenti di riflessione, più approfondita forse, meno pessimista. Ricomponiamoci gli animi per gioire anche un poco di tutto il lavoro svolto fino a oggi e di tutto quello che abbiamo davanti. 

A un anno dalla nascita del blog, sono molto grata per tutte le persone che hanno scritto qui, per tutte quelle che hanno letto e leggeranno le nostre parole. 

ALESSIA

I 25 anni del PID Onlus

La Cooperativa PID Onlus – Pronto Intervento Disagio – lavora per l’inclusione sociale di persone svantaggiate – detenuti, ex detenuti, donne, minori, migranti e adulti in difficoltà – e per il recupero alla legalità di soggetti a rischio, attraverso progetti volti all’autonomia dell’individuo, alla tutela dei diritti, all’uguaglianza, alla legalità, all’integrazione e alla cittadinanza attiva.

 

In occasione del venticinquesimo anno della nostra storia – iniziata il 27 novembre del 1998 – abbiamo deciso di condividere insieme a voi la passione e l’amore che caratterizzano il nostro lavoro quotidiano. Vi invitiamo sabato 2 dicembre 2023 a un brunch durante il quale, attraverso una serie di tappe, potrete conoscere meglio i progetti più e meno recenti, sviluppati in carcere o nelle strutture di accoglienza per persone detenute che scontano parte della loro pena in misura alternativa. 

L’evento si terrà sabato 2 dicembre 2023 dalle ore 11:00 alle ore 17:00 a L’Archivio 14 – Via Lariana,14 RM. Riserva il tuo posto inviando una mail di conferma all’indirizzo pidonlus@gmail.com 

All’entrata vi sarà richiesto un contributo minimo di 15 € grazie al quale ci aiuterete a sostenere e promuovere le nostre iniziative, allo stesso tempo ci permetterete di condividere con voi un gustoso pasto a buffet, percorrendo le tappe del percorso che abbiamo pensato per voi.

Mostra e laboratorio di arteterapia

L’arteterapia è una forma di approccio alla persona che utilizza il canale non verbale mediato da diversi strumenti artistici, per raggiungere diversi obiettivi cognitivi, emotivi e sociali e per supportare lo sviluppo positivo degli individui.

ll progetto è stato pensato e costruito per  persone ristrette all’interno della 3° Casa Circondariale Roma Rebibbia da Monica Giaquinto, psicologa e arteterapeuta del team PID. 

Durante l’evento sarà possibile vedere le opere prodotte durante i laboratori e Monica organizzerà con voi un piccolo laboratorio per farvi avvicinare all’arteterapia; la partecipazione è volontaria e prenotabile all’entrata. 

L’angolo dei gadget

I nostri gadget nascono tutti da progetti interni ed esterni alle mura dei penitenziari in cui abbiamo lavorato, nascono dalle riflessioni e dalla creatività delle persone ristrette a cui il nostro costante impegno è rivolto. 

Sarà possibile acquistare i gadget per sostenere le attività della Cooperativa PID.

La creatività di un prigioniero

Mostra delle opere di un artista recluso. Come l’arte e la creatività riescono ad abbattere i muri.

Sarà possibile  ammirare ed acquistare le opere presenti.

Aiutare chi ha sbagliato non è peccato

Sostenere PID Onlus vuol dire contribuire allo sviluppo di attività, servizi e progetti a favore di persone in difficoltà nel cammino verso l’integrazione e l’inclusione.

Grazie al vostro impegno, ci permetterete di pianificare meglio le nostre azioni, garantendo maggior continuità ed efficacia ai nostri progetti. 

Nel caso in cui non riusciate a essere presenti all’evento ma volete donare un contributo alla Cooperativa, sul nostro sito (www.pidonlus.it) troverete tutte le informazioni necessarie per farlo.

QUI PER SCOPRIRE COME SOSTENERCI

Inoltre, sulle nostre pagine social di Facebook e Instagram potrete seguire i percorsi e le iniziative elaborate per le persone ristrette o che scontano la loro pena in misura alternativa, avendo accesso diretto alle loro riflessioni scritte sul blog “Passo dopo Passo” attivo da febbraio 2023. 

 

Danzamovimentoterapia Espressivo Relazionale – il movimento terapeutico

ALESSIA

La mission della Cooperativa PID è costantemente orientata alla garanzia dei diritti delle persone fragili; la persona è sempre al centro dell’agire, in un’ottica di prevenzione del rischio di esclusione sociale, attraverso percorsi volti all’autonomia dell’individuo, alla tutela dei diritti e all’uguaglianza.

Il nostro lavoro è quello di tentare sempre nuovi approcci, al fine di costruire interventi socio-riabilitativi attraverso tecniche e pratiche professionali che promuovono la capacità di scoperta o ri-scoperta delle risorse interiori individuali, come ad esempio la Danzamovimentoterapia Espressivo-Relazionale® (DMT-ER®).

Definita nel 1966 dall’ADTA (American Dance Therapy Association) come “l’uso psicoterapeutico del movimento”, la DMT-ER è volta a incentivare il benessere personale e sociale, a supporto dell’armonizzazione di manifestazioni psichiche, somatiche e relazionali. 

Attraverso il ritmo e il movimento, l’individuo partecipa della dimensione creativa del gesto espressivo: la danza, libera dagli aspetti puramente estetici e dal rigido tecnicismo diventa mezzo canalizzatore e veicolatore a livello simbolico di vissuti emozionali della persona.

Nel laboratorio proposto di Danzamovimentoterapia Espressivo-Relazionale si considera il disagio psichico come inscritto nel corpo e nella relazione ed i laboratori insistono sul qui ed ora della sessione, in cui il paziente attraverso specifiche tecniche di espressione corporea sperimenta relazioni umane più armoniche e soddisfacenti, senso di appartenenza, condivisione e reciprocità. L’attività viene proposta in gruppo per dare ai partecipanti la possibilità di manifestare, riconoscere, decodificare e modificare i propri modelli comportamentali e relazionali grazie al confronto con gli altri.

 

Oggi abbiamo voluto raccontare, attraverso le immagini sulle nostre pagine social, l’esperienza di danzaterapia svolta a Tagliacozzo, in  Abruzzo, nell’ambito  della quinta edizione della Danzamovimentoterapia  Espressivo Relazionale (Dmt-ER®) Summer School. L’open session nel bosco (animata in  large group con la conduzione di Barbara Dragoni, Vincenzo Bellia e le allieve della Scuola Dtm-ER) ha visto la partecipazione di un’ampia rappresentanza del Centro Diurno “Il Faro” di Anzio, a coronamento di una continuativa attività che la Cooperativa Sociale PID svolge settimanalmente in convenzione con il Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL RM6.

 

Quando pensiamo all’espressione libera del corpo, l’ultimo luogo di rappresentatività che ci viene in mente è sicuramente il carcere. Nel corso dell’Ottocento, come spiega Foucault, la pena si trasforma in qualcosa di più pudico:  il corpo si fa strumento di privazione della libertà; non si tocca più il corpo, piuttosto si interviene su di esso. E gradualmente, svanisce il contatto tra il condannato e il condannante.

«Se è ancora necessario, per la giustizia, manipolare e colpire il corpo dei giustiziandi, lo farà da lontano, con decenza, secondo regole austere e mirando ad un obbiettivo ben più “elevato”. Per effetto di questo ritegno, tutta una serie di tecnici ha dato il cambio al boia, anatomista immediato della sofferenza: sorveglianti, medici, cappellani, psichiatri, psicologi, educatori». (Sorvegliare e punire, M. Foucault)

Libertà dopo la reclusione: il reinserimento sociale dei detenuti analizzato con il principio di Pareto

Il periodo di reclusione rappresenta una tappa fondamentale nella vita di un individuo. Tuttavia, ancor più importante è il processo di reinserimento sociale che segue la fine della pena. In questo blog post, esploreremo il tema della libertà dopo la reclusione, analizzandolo attraverso il prisma del Principio di Pareto, noto anche come la regola dell’80/20. Scopriremo come questo principio possa fornire una prospettiva utile per affrontare le sfide e le opportunità che si presentano nel reinserimento dei detenuti nella società.

Il Principio di Pareto afferma che, in molti contesti, l’80% degli effetti è determinato dal 20% delle cause. Questo principio può essere applicato anche al reinserimento sociale dei detenuti. Infatti, un piccolo numero di fattori critici può influenzare in modo significativo la riuscita o il fallimento di tale processo.

Educazione

Offrire opportunità di istruzione e formazione professionale ai detenuti può fornire loro le competenze necessarie per trovare un impiego stabile una volta liberati. Investire nel potenziale di crescita personale e professionale dei detenuti può contribuire a ridurre il tasso di recidiva e consentire loro di diventare membri “produttivi” della società.

Supporto psicologico

La reclusione può lasciare cicatrici emotive e psicologiche profonde. È essenziale fornire un adeguato supporto psicologico ai detenuti, aiutandoli a elaborare il loro passato e a costruire una visione positiva per il futuro. Terapie individuali e di gruppo, programmi di reinserimento gradualmente progressivi e sostegno sociale possono giocare un ruolo significativo nel favorire una transizione positiva.

Sostegno comunitario

Sensibilizzare l’opinione pubblica, eliminare il pregiudizio e promuovere la comprensione sono requisiti fondamentali per creare un ambiente favorevole all’accettazione dei detenuti che cercano di ricostruire le proprie vite. Programmi di reinserimento basati sulla collaborazione tra enti penitenziari, organizzazioni no-profit e imprese locali possono agevolare la transizione dei detenuti verso una vita autonoma e produttiva.

 

Il reinserimento sociale dei detenuti richiede uno sforzo collettivo per superare le sfide che essi affrontano una volta concluso il periodo di reclusione. Applicando il Principio di Pareto, possiamo concentrarci sugli aspetti chiave che possono influenzare positivamente il processo di reinserimento. Investire nell’educazione, nel supporto psicologico e nel sostegno comunitario: agire sul 20% delle cause, può aiutare a mitigare l’80% degli effetti.

I pregiudizi sull’educatore “maschio”

Andrea

Durante la mia attività lavorativa di educatore professionale spesso mi sono trovato a confrontarmi con una serie di pregiudizi di genere, dovuti al fatto che ad alcuni sembra  “strano” e non “normale” il fatto che un uomo svolga compiti educativi e che abbiano attinenza con il “prendersi cura”.

Il mio lavoro si è incentrato maggiormente su un target adulto, avendo lavorato principalmente con persone incorse in reato e provenienti da contesti di marginalità sociale. Sia lavorando in carcere (dove la figura preposta al ruolo educativo viene declinata quasi esclusivamente al femminile) che nelle strutture di accoglienza per detenut* ed ex-detenut* mi sono trovato quasi sempre ad essere l’unico elemento maschile nel’equipe di lavoro.  Anche durante il percorso universitario mi sono quasi sempre confrontato esclusivamente con colleghe di sesso femminile, con ciò toccando con mano un pregiudizio di fondo che condiziona evidentemente anche la scelta del percorso formativo.

Nella costruzione di un rapporto educativo proficuo tra educatore ed educando è opportuno sgombrare il campo fin da subito da tutto ciò che riguarda pregiudizio (da entrambe le figure in gioco) e concentrarsi sulla creazione di un rapporto di fiducia, che deve guidare ed essere da base del rapporto educativo in costruzione. Muovendomi nel mondo della detenzione, dove più del 95% delle persone sottoposte a restrizione della libertà personale sono di sesso maschile, ho sperimentato spesso una grande differenza di approccio da parte dell’utenza verso la mia figura rispetto alle mie colleghe. In molti casi, il detenuto di sesso maschile è abituato, fin dal suo ingresso in carcere, all’interazione con personale civile principalmente di sesso femminile. Questo porta, durante la costruzione del rapporto educativo con un educatore maschio, ad un’iniziale diffidenza.

Per questo il mio obiettivo iniziale, nella costruzione di una relazione educativa, spesso è l’abbattimento delle barriere e la conquista di una piena fiducia professionale da parte dell’utenza. Successivamente la competenza che entra in gioco è l’empatia e la capacità di saper dare una risposta ai bisogni degli utenti. Su questo piano riesco ad essere efficace, dimostrando che l’empatia non è, come lo stereotipo di genere vuole, una competenza esclusivamente femminile. Osservando il lavoro delle mie colleghe, e come l’utenza maschile interagisce con loro, ho notato che una grande difficoltà iniziale,nella costruzione del rapporto educativo con un nuovo utente, sta nel farsi accettare professionalmente e non semplicemente in quanto donna. 

Sono pur sempre persone deprivate sessualmente, che vivono in condizioni di segregazione, per cui non è scontato che da subito avviino una relazione educativa seria, in quanto spesso viene inquinata da tentativi di approccio “altri”. In alcune situazioni proprio l’essere un uomo ha facilitato il mio lavoro, soprattutto in carcere, nell’interazione con persone provenienti da “culture tradizionali” (spesso di religione islamica), che invece avevano delle difficoltà ad interagire e raccontarsi con le mie colleghe, dato il diverso rapporto uomo-donna nelle differenti culture che si traduceva nella difficoltà di interagire e di riconoscere l’autorevolezza di figure femminili.

Quindi sempre di stereotipi di genere si tratta!

Un altro ambito educativo dove lo stereotipo di genere è duro a morire lo ritroviamo specialmente in quei contesti dove entra in gioco la forza fisica: in caso di utenti/pazienti che hanno bisogno di essere contenuti o gestiti in maniera più fisica si invoca spesso la necessità di avere operatori maschi, associando con ciò l’essere maschio con l’esercizio della forza. Questo, nonostante la richiesta venga dal mondo del lavoro, inizialmente potrebbe sembrare un’apertura e un cambio di rotta nella percezione del ruolo educativo come tendenzialmente appannaggio di operatrici di sesso femminile, in realtà, sottolineando e rimarcando gli stereotipi di genere, rinforza la netta distinzione dei ruoli educativi: le donne per la cura e gli uomini per l’utilizzo della forza

Ovviamente il mio breve scritto vuole essere semplicemente una testimonianza di come gli stereotipi di genere siano molto presenti nel lavoro educativo, di come essi siano una variabile che va sicuramente tenuta in considerazione quando si imposta un progetto educativo, e di come essi vadano innanzitutto individuati, esplicitati e quindi gestiti, così da diventare degli strumenti da utilizzare per rendere più proficuo ed efficace il nostro lavoro.

Lavoro in carcere

LIVIA

Per varie vicissitudini di vita e lavoro da lungo tempo non entravo in carcere.

Carcere che è stata presenza quotidiana in tutta la mia vita lavorativa.

Ora da un mese ho varcato nuovamente quelle soglia, dopo quasi 20 anni non mi fanno più effetto i cancelli che si chiudono, le chiavi, i rumori e i silenzi.

Ma non mi sono assuefatta alle persone, per fortuna direi.

Abbiamo organizzato un corso di formazione e prendervi parte ancora mi provoca emozioni e sensazioni. Guardo i partecipanti, uomini più o meno adulti e più o meno stanchi, i loro occhi, le loro mani, i sorrisi a volte timidi e altre sfrontati; ascolto le loro parole, i loro racconti, le loro domande e mi rendo conto di come sia un’esperienza formativa non solo per loro che partecipano come beneficiari ma anche per noi che ci troviamo dall’altra parte.

Sto conoscendo persone nuove e ne ho reincontrate di già conosciute in passato sempre all’interno di altri istituti penitenziari; a loro volta mi ricordano periodi, sensazioni, volti, episodi lontani nel tempo ma vividi nei ricordi.

L’impatto è più forte di quanto pensavo e capisco che lo scambio umano che questo lavoro mi offre ancora mi riempie il cuore e mi affolla la testa di riflessioni e pensieri.

Riesco ancora a guardare le persone prima del reato che hanno commesso, riesco ancora a sospendere il giudizio e a trovare il lato positivo. Riesco ancora a dare una parte di me e a mettermi io per prima in discussione.

Durante le mie prime settimane di lavoro nella cooperativa PID, nel lontano 2003, mi è capitato di partecipare ad un convegno sul Terzo Settore e di ascoltare le parole appassionate e calorose di Don Ciotti che con enfasi diceva che fino a che questo lavoro continua a far ridere, piangere, emozionare, indignare, arrabbiare ha un senso continuare a farlo.

Ecco, per me è ancora tempo di svolgerlo.

Lavorare nel terzo settore

Quando ci chiedono che lavoro facciamo e rispondiamo che siamo operatori di una cooperativa sociale che lavora nel terzo settore non sempre i nostri interlocutori sembrano capirci.

Proviamo allora a spiegare velocemente: con la definizioneterzo settore” si intende l’insieme di enti di carattere privato che operano con finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale; operano quindi al di fuori del settore pubblico e di quello commerciale ma si affiancano e interagiscono con entrambi per l’interesse delle comunità.

Nonostante il Terzo settore esista da decenni è stato riconosciuto giuridicamente in Italia solo nel 2016 ma a nostro avviso ancora non viene riconosciuta pienamente l’importanza che ricopre non solo in termini di impegno sociale ma anche in termini economici.

Le realtà del terzo settore sono portatrici di professionalità, esperienza, impegno e memoria ma spesso (quasi sempre anzi) vengono considerate dalle istituzioni come mere esecutrici di servizi. 

Al di là del settore di intervento che caratterizza il lavoro dei vari enti del terzo settore (disabilità, dipendenze, detenzione…) parliamo di un settore dinamico composto da persone con professionalità specifiche ed esperienza che converrebbe coinvolgere anche nella programmazione dei servizi e non solo nell’esecuzione in quanto gli operatori sociali sono sempre in prima linea e conoscono e presagiscono quelle che sono le emergenze sociali in continuo mutamento.

Inoltre capita frequentemente che i servizi non siano finanziati in maniera adeguata o che lo siano per periodi troppo brevi e di fatto queste cose impediscono di lavorare con sguardo ampio e strumenti adeguati e la continua precarietà influisce inevitabilmente e negativamente sugli operatori e ancor più sull’utenza finale.

Avere più strumenti permetterebbe di raggiungere risultati dal più ampio impatto sociale.

Quello che notiamo inoltre è che spesso non vengono riconosciute le professionalità, chi lavora nel sociale viene visto come un volontario, una persona di buona volontà che mette a disposizione il suo tempo libero. La buona volontà sicuramente c’è in chiunque scelga di fare questo lavoro ma oltre a quella vengono messe in gioco competenze specifiche ed esperienze che andrebbero non solo riconosciute ma anche valorizzate.

In questi ultimi anni finalmente è stato trovato lo strumento della “coprogettazione” che prevede la progettazione e la successiva realizzazione di uno specifico intervento sociale attraverso l’integrazione tra enti pubblici e enti del terzo settore che scelgono di lavorare in modo sinergico avendo come obiettivo condiviso la risposta ad uno specifico bisogno sociale: una nuova sfida e un nuovo percorso che siamo pronti ad intraprendere!

Livia