Cooperativa sociale che offre servizi di ascolto, orientamento, formazione, accoglienza rivolti a detenuti/e, ex detenuti/e e persone che vivono in condizione di disagio sociale.

Categoria: Informazione

Costruzioni di genere attraverso due piani della realtà: tra mito e storia

Il corpo della donna e l’utero infame

Nel pieno dell’iniziativa che muove il progetto “Assorbire il cambiamento”, sono impegnata a districarmi tra le parole da comunicare sul blog e le tante ascoltate all’università e sembra che il modo migliore per riuscirci sia lasciar che le due realtà si incontrino. Oggi cercherò di produrre una connessione e parlarvi di alcune prospettive antropologiche sulle categorie di genere, ma con leggerezza. O almeno con più leggerezza possibile, considerando che parleremo del mito teogonico di Esiodo

Perché partire da così lontano? Perché mi piace “fare il giro lungo”… o forse perché per quanto distante, il mito – ordinatore logico della realtà – ci fa quasi sorridere per la potente evidenza delle basi costitutive di alcune nostre, diciamo così, categorie socio-identitarie come, ad esempio, quelle di genere

Il mito può essere osservato dal punto di vista del ruolo che ricopre in una cultura data, quello del dispositivo collettivo attivo di ordinatore logico del caos, in senso sia cosmologico che sociale. Un cosmo che si organizza secondo un equilibrio tra il femminile e il maschile e che attraverso le narrazioni della meta realtà del mito, assolve alla funzione di mettere ordine tra generi e generazioni, disciplinando le relazioni e le identità, collettive e individuali. 

Il mito teogonico di Esiodo

Andiamo al principio. Esiodo racconta che al principio c’era il Caos, poi Gaia (Terra) che tutto mette al mondo. 

La narrazione del mito prende avvio da un’entità associata alle istanze del femminile che senza alcun bisogno di una seconda parte compie l’atto di generazione e dà alla vita dei figli, la prima generazione teogonica: Urano (il Cielo), Ponto (il Mare) e la Montagna. L’unione con Urano permette di osservare alla nascita – nel mito – di una figura controversa, quella del padre

Urano colto da un sentimento di odio nei confronti dei suoi figli, li costipa nel ventre materno: li costringe al suo interno senza farli nascere mai del tutto. A questo punto, Gaia complicizza con uno dei suoi figli, Crono (Tempo): gli consegna una falcetta con la quale il figlio evira il padre dal ventre della madre, liberando se stesso e i suoi fratelli (la seconda generazione teogonica). 

Crono e sua sorella Rea concepiscono la terza generazione teogonica che non ha avuto proprio modo di farsi venire i daddy issues perché divorati dal padre subito subito.

Per dirla meglio, Crono – che ha evirato il padre – in prima persona ha sperimentato il rischio di un padre “tradito” da suo figlio, quindi esorcizza quel pericolo (insito, iniziamo a notare, nel ventre femminile della madre). 

Dal canto suo, Rea anche aveva l’esempio di quel che un padre poteva fare ai suoi figli e riesce a nascondere dalla macabra abbuffata del fratello-sposo un figlio, Zeus. Ci sembra ora ovvio a questo punto il destino di Crono: evirazione da parte dell’unico figlio rimasto.

Diciamocelo, come poteva uscire Zeus da una storia famigliare così disastrata? 

Zeus fa di Era la sua sposa ufficiale e nel mentre va a spargere il suo seme un po’ ovunque, anche tra le figure di donne non divine, come Meti e Semele. Ed è qui che compie il reale passo di rottura con i tristi epiloghi delle storie dei padri divini: dopo aver concepito i suoi figli, Zeus li espianta dai ventri materni e li incista nel proprio corpo. 

Dall’unione con Metis e dal cranio di Zeus nasce Atena,  dea della saggezza e della memoria. Nata guerriera in difesa del padre e della polis, non conosce ventre materno ed è lontana della madre. Atena stessa non vuole avere figli. 

Dall’unione con Semele e dalla coscia di Zeus nasce Dioniso, dio del vino, dell’ebbrezza e dell’estasi. Divinità nella quale si annida il principio degli opposti e attraverso il quale si celebra il caos. 

L’equilibrio di genere non è definito attraverso le due figure di Atena e Dioniso, la prima femmina con caratteri esplicitamente maschili, l’altro “ibrido”, sia maschio che femmina.  

Entrambi rappresentativi di un gioco tra identità e alterità nel quale si legge la possibilità che l’io contenga in sé l’altro. I due ruoli inoltre concorrono ad assolvere alla funzione del mito dal momento in cui lasciano aperto uno spiraglio di caos nell’ordine dato. In tutti i modelli mitologici, ci dice l’antropologa Laura Faranda, la possibilità del caos resta in aperta per renderci pronti al suo eventuale ritorno, come a voler munirci delle strategie per disciplinarlo e mantenere l’ordine. 

Attualizzare il mito

Nel mito assistiamo, con il gesto di Zeus, a un passaggio di potere dal femminile al maschile. Perché è così importante l’atto di rottura del dio olimpico? Zeus di fatto, incistandosi i feti dei figli nel proprio corpo allarga il suo potere di maschio. Trasforma quello che per nonno e padre era stato un tentativo (fallito) di esercitare un controllo sul corpo del femminile e sulla natalità in conoscenza del mistero della nascita. Zeus si fa femmina, elimina dall’equazione il corpo della donna. Vuole essere maschio dominante, padre e signore degli dei e per farlo deve poter dominare il “mistero” della nascita

Se il mito come abbiamo detto nasconde la storia, in che punto della storia si inserisce questo mito? Secondo la lettura che stiamo seguendo, nel momento in cui le comunità umane della Grecia antica iniziano a rappresentarsi come poleis, si comincia ad affermare un sistema proto-agrario per il quale costruire culturalmente un equilibrio tra il maschile e il femminile diventa necessario. Perché? Cosa arriva con la sedentarietà? 

Il principio di proprietà che si lega quasi subito a quello di ereditarietà si intreccia con un dilemma che riconosciamo ancora oggi nei detti e proverbi comuni come “la madre è sempre certa!” e il padre? Bisogna essere sicuri dei propri figli e quindi esercitare un potere sulla loro nascita, sui corpi femminili che li ospitano. 

Guardiamo un momento ora al presente: Zeus nel mito si prende tutto il controllo possibile dell’atto di nascita, oggi a chi appartiene questo potere?  

 

Ci lasciamo questo interrogativo aperto con la consapevolezza che la risposta sia osservabile direttamente nel dato empirico del vivere quotidiano e che molte altre prospettive possano scaturirne. Prossimamente parleremo ancora di queste tematiche allontanandoci dal mito e guardando ai corpi femminili, alla loro costruzione sociale in diversi contesti e all’iper-medicalizzazione dell’atto della nascita. Pensi possa essere interessante? Faccelo sapere nei commenti!

Testo consigliato : Laura Faranda. “Viaggi di ritorno. Itinerari antropologici nella Grecia antica.” Armando Editore, 2009.

La criminalizzazione del migrante

ALESSIA

La criminalizzazione del migrante si estende negli ultimi anni e sempre con maggiore ferocia anche all’atto stesso del migrare, come abbiamo potuto già osservare durante la Presentazione del Dossier Statistico Immigrazione 2023. Nella sezione dedicata, andiamo a leggere le particolarità di un fenomeno che vuole nell’immaginario sociale la persona straniera come persona pericolosa, così diversa e lontana per “cultura” o “etnia” che non può conoscere né comprendere “le regole di casa nostra”. Alla banalizzazione assoluta di termini complessi – rappresentanti persone, vite e storie reali – che spesso accompagnano i discorsi del quotidiano, rispondiamo con le analisi, le ricerche sociali e le statistiche raccolte nel Dossier riguardo ai processi di criminalizzazione del migrante, di categorizzazione sociale e di securitarizzazione dello straniero. Ripercorriamo insieme i punti fondamentali affrontati.  

Le tre dinamiche dell’equazione migranti=criminali 

Il Dossier ci illustra, attraverso le parole della dottoressa Eugenia Blasetti (Università La Sapienza di Roma) tre dinamiche che «concorrono a costruire un nesso tra migrazioni e criminalità». Il sentimento comune può essere relativo alla percezione della persona migrante come persona pericolosa e dunque rappresentante una minaccia nei confronti “nostri”, della società per intero. Questo tipo di equazione “migranti=criminali” fonda le sue radici nei processi di categorizzazione sociale, securitarizzazione e criminalizzazione del migrante; i quali si inseriscono in modo trasversale negli ambiti del socio-culturale, del politico e del giuridico. 

  • Per categorizzazione sociale della persona migrante si intende l’assoggettazione di quest’ultima alla sua identità sociale; il ruolo e la posizione che essa ricopre all’interno di un gruppo umano. La rappresentazione sociale di una categoria di persone ha un peso importante nella definizione dei rapporti interpersonali e nella «produzione di identità condivise e conflittuali». Le persone migranti sono inserite all’interno di questo processo di rappresentazione collettiva, in relazione alla categoria criminale dalla quale è sicuramente molto difficile uscire fuori.
  • Sul piano politico vi è la tendenza a trasformare la questione dell’immigrazione in “meta-problema”, cioè – spiega Blasetti – «un fenomeno che può essere indicato come la causa di molti problemi»
  • Questo si traduce, sul piano normativo, in piani securitari della gestione delle persone migranti: non a caso affidati alle forze dell’ordine, garanti della sicurezza pubblica.  

Si può affermare quindi che la figura della persona che migra è costruita attraverso processi che tengono conto di almeno tre preconcetti – individuati dalla dottoressa e ricercatrice – quali: pericolosità, affidabilità e marginalità sociale (supposte).

Criminalità straniera in Italia

Se dovessimo partire dal dato statistico senza considerazioni ulteriori, come invece andremo a fare sempre grazie al lavoro della Blasetti, dovremmo sicuramente concludere che il tasso di criminalità della popolazione straniera che vive in italia è maggiore di quello degli italiani: il rapporto infatti sembra essere di 4,1% contro l’1,0%. 

Nell’anno 2021 ci sono stati 831.959 casi di arresti e denunce totali, dei quali il 68,1% nei confronti di cittadini italiani, il 26,6% di cittadini stranieri e il restante 7,4% di ignoti. (Fonte dati Dossier Statistico Immigrazione 2023)

Quali considerazioni siamo tenuti a fare per leggere la realtà con un occhio critico che va oltre i numeri? 

  • La popolazione straniera coinvolta nei casi di denunce e arresti è maggiore di quella effettivamente residente in Italia, dunque comprende, ad esempio, anche le persone di passaggio (per assistere a eventi, spettacoli, manifestazioni, ecc.) o le persone con permesso di soggiorno di breve durata per ragioni mediche, di turismo, di missione ecc.
  • Le denunce e gli arresti a carico delle persone migranti possono riguardare questioni relative la loro permanenza sul territorio italiano (tipo il titolo di soggiorno scaduto), quindi non un criterio di paragone con i titolari di cittadinanza italiana, in quanto questo tipo di reati “amministrativi” non li riguardano in alcun modo. Inoltre, la bassa pericolosità sociale di questo tipo di reati la dice lunga sulla scelta di inserirli tra gli “indicatori di criminalità”.  
  • Tenere conto che i casi raccolti riguardano il numero delle denunce e degli arresti, non delle persone denunciate o arrestate: quindi, in un anno la stessa persona può essere ad esempio denunciata più volte e dunque aumentare il tasso di criminalità della popolazione straniera in Italia. 
  • Infine, alla luce di quanto detto in precedenza e di quanto vediamo ogni giorno nelle stazioni e per le strade d’Italia, possiamo legittimamente affermare che il controllo (sia sociale che delle forze dell’ordine) si indirizza in modo selettivo e privilegia la persona straniera

 

Abbiamo riportato brevemente le questioni relative alla criminalizzazione del migrante in Italia – illustrate nel Dossier – sia da un punto di vista socio-culturale che giuridico-politico, cosa ne pensate?  Vi siete mai resi e rese conto di questi fenomeni nel vostro quotidiano? Come vi comportate di fronte a episodi di razzismo? Raccontatecelo nei commenti!

I 25 anni del PID Onlus

La Cooperativa PID Onlus – Pronto Intervento Disagio – lavora per l’inclusione sociale di persone svantaggiate – detenuti, ex detenuti, donne, minori, migranti e adulti in difficoltà – e per il recupero alla legalità di soggetti a rischio, attraverso progetti volti all’autonomia dell’individuo, alla tutela dei diritti, all’uguaglianza, alla legalità, all’integrazione e alla cittadinanza attiva.

 

In occasione del venticinquesimo anno della nostra storia – iniziata il 27 novembre del 1998 – abbiamo deciso di condividere insieme a voi la passione e l’amore che caratterizzano il nostro lavoro quotidiano. Vi invitiamo sabato 2 dicembre 2023 a un brunch durante il quale, attraverso una serie di tappe, potrete conoscere meglio i progetti più e meno recenti, sviluppati in carcere o nelle strutture di accoglienza per persone detenute che scontano parte della loro pena in misura alternativa. 

L’evento si terrà sabato 2 dicembre 2023 dalle ore 11:00 alle ore 17:00 a L’Archivio 14 – Via Lariana,14 RM. Riserva il tuo posto inviando una mail di conferma all’indirizzo pidonlus@gmail.com 

All’entrata vi sarà richiesto un contributo minimo di 15 € grazie al quale ci aiuterete a sostenere e promuovere le nostre iniziative, allo stesso tempo ci permetterete di condividere con voi un gustoso pasto a buffet, percorrendo le tappe del percorso che abbiamo pensato per voi.

Mostra e laboratorio di arteterapia

L’arteterapia è una forma di approccio alla persona che utilizza il canale non verbale mediato da diversi strumenti artistici, per raggiungere diversi obiettivi cognitivi, emotivi e sociali e per supportare lo sviluppo positivo degli individui.

ll progetto è stato pensato e costruito per  persone ristrette all’interno della 3° Casa Circondariale Roma Rebibbia da Monica Giaquinto, psicologa e arteterapeuta del team PID. 

Durante l’evento sarà possibile vedere le opere prodotte durante i laboratori e Monica organizzerà con voi un piccolo laboratorio per farvi avvicinare all’arteterapia; la partecipazione è volontaria e prenotabile all’entrata. 

L’angolo dei gadget

I nostri gadget nascono tutti da progetti interni ed esterni alle mura dei penitenziari in cui abbiamo lavorato, nascono dalle riflessioni e dalla creatività delle persone ristrette a cui il nostro costante impegno è rivolto. 

Sarà possibile acquistare i gadget per sostenere le attività della Cooperativa PID.

La creatività di un prigioniero

Mostra delle opere di un artista recluso. Come l’arte e la creatività riescono ad abbattere i muri.

Sarà possibile  ammirare ed acquistare le opere presenti.

Aiutare chi ha sbagliato non è peccato

Sostenere PID Onlus vuol dire contribuire allo sviluppo di attività, servizi e progetti a favore di persone in difficoltà nel cammino verso l’integrazione e l’inclusione.

Grazie al vostro impegno, ci permetterete di pianificare meglio le nostre azioni, garantendo maggior continuità ed efficacia ai nostri progetti. 

Nel caso in cui non riusciate a essere presenti all’evento ma volete donare un contributo alla Cooperativa, sul nostro sito (www.pidonlus.it) troverete tutte le informazioni necessarie per farlo.

QUI PER SCOPRIRE COME SOSTENERCI

Inoltre, sulle nostre pagine social di Facebook e Instagram potrete seguire i percorsi e le iniziative elaborate per le persone ristrette o che scontano la loro pena in misura alternativa, avendo accesso diretto alle loro riflessioni scritte sul blog “Passo dopo Passo” attivo da febbraio 2023. 

 

Dossier Statistico Immigrazione 2023

ALESSIA

Ieri mattina si è tenuta la presentazione della trentatreesima edizione del Dossier Statistico Immigrazione nel Nuovo Teatro Orione di Roma. Il Dossier Statistico Immigrazione 2023 è il frutto del lavoro meticoloso svolto da IDOS in collaborazione con la rivista Confronti e l’Istituto di Studi Politici Pio V volto a fotografare la situazione dei migranti in Italia. A coordinare i lavori sono stati Claudio Paravati, direttore del Centro Studi Confronti e Maria Paola Nanni, Centro Studi e Ricerche IDOS.

 

Come lo scorso anno, l’incontro delle parole di un’umanità che si stringe stretta attorno alla sua causa ha rilasciato nell’ambiente come un alone di fiducia, un senso quasi di speranza

Fiducia e speranza per un futuro diverso, per un mondo che ci sembra oggi quasi utopistico a causa del sempre maggior radicalizzarsi di una violenza generalizzata e strutturale che tende all’emarginazione e la reclusione dei migranti e di tutte le diversità non riconosciute o definite nelle categorizzazioni più volgari e simbolicamente veicolanti di insipidi pregiudizi. In un periodo storico in cui, come ha ben affermato Alessandra Trotta (moderatora della Tavola Valdese) “gli ideali più alti” sembrano essere stati calpestati e ormai irraggiungibili; il lavoro svolto da IDOS, Confronti e l’Istituto di Studi Politici Pio V è fondamentale in quanto oltre ai numeri e ai dati, o meglio, dietro ai numeri e ai dati, ci sono le persone reali. 

 

Un incontro denso sulla contemporaneità raccontata dal Dossier Statistico Immigrazione 2023 che ha visto il teatro riempirsi dell’unione di attivismo, esperienza, accademia e politica per ragionare su l’attenta fotografia dell’attuale tragicità che vivono i migranti in Italia. Un problema, quello che riguarda i migranti che riguarda noi tutti e tutte, come ha sostenuto Gianfranco Schiavone, socio Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) in riferimento alle recenti proposte concernenti la reclusione nei Centri di Permanenza per i Rimpatri (CPR): «Scivoliamo sempre di più verso misure potenti che sono la privazione della libertà per una condizione di una persona, non per la condotta!».

 

Quale società si configura? Si configura la società voluta dalla Costituzione?

 

Schiavone ricorda la Convenzione di Ginevra per cui non si possono applicare sanzioni penali a persone che entrano seppur “illegalmente” in un paese se per ragioni di sicurezza. Questo sembra un’affermazione ovvia ma è in realtà tutto ciò che viene messo in discussione oggi. L’atteggiamento politico e istituzionale nei confronti dei migranti e il conseguente sentimento ostativo della popolazione autoctona in generale può esser considerato il frutto di una distorsione, una narrazione errata sul concetto stesso del “cercare asilo”, molto spesso identificato con la sfera morale: una condotta sbagliata.

Il lento e devastante tessere di una rete di regolamenti e procedure, per il fine di arginare il “problema di fondo” (proteggere la sicurezza interna?) ha generato l’assurda condizione per cui si tentano di trovare tutti i modi possibili per rendere le richieste di asilo inaccessibili. Così, si potrebbe dire con le parole di Maria Paola Nanni (IDOS), assistiamo a un sempre maggiore “assottigliamento della linea tra accoglienza e trattenimento”. 

Cosa pretendiamo di capire da chi scappa dalla propria casa per salvare la propria vita? Quale prova tangibile vogliamo cercare della loro condizione a rischio? Un “certificato di persecuzione”? (Schiavone)

 

Ad introdurre la presentazione, le parole di Luca Di Sciullo (presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS) che ha parlato della prospettiva securitaria performante delle legislazioni che normano la migrazione in Italia e in Europa, la quale da almeno cinquant’anni ha condotto alla triste e più che mai contemporanea realtà costituita da razzismo istituzionalizzato e pratiche di esclusione delle persone che migrano. 

 

«Ciò che mette davvero a repentaglio la sicurezza nazionale non sono i profughi che arrivano ai confini, ma è il trattamento disumano che, per legge, riserviamo loro in modo sistematico in tutti gli ambiti più fondamentali della vita, disconoscendone i diritti basilari e rendendo proibitiva la realizzazione dignitosa della loro persona».

 

Di Sciullo ha parlato di una doppia trasformazione antropologica che si è progressivamente messa in atto in questi anni: dal richiamo della violenza per perseguire “l’unità del branco” attraverso le dialettiche nazionalistiche, alla “cosificazione dei migranti” sui quali, per mezzo degli schermi proiettiamo i nostri sentimenti di oppressione ed esasperazione. Si potrebbe definire un razzismo 2.0, ha illustrato ancora il presidente: un razzismo che prevede la deumanizzazione del migrante il quale approda a “cosa”.

 

Condivisione civica, speranza, diritti: sono una necessità contemporanea. Luca Casarini (capo missione della nave Mare Jonio di Mediterranea Saving Humans) ha tenuto a sottolineare, parafrasando Hannah Arendt, che la democrazia non è mai sicura, va conquistata ogni giorno. E raccontando delle esperienze di salvataggio che porta avanti in mare – un mare che è nostro amico, tristemente trasformato dalle politiche nel mausoleo che è oggi – Casarini ha dato voce ad una “grande verità” secondo il mio parere poco considerata nel marasma dei discorsi sui migranti: «Noi li soccorriamo ma sono loro a salvarci dal precipitare del mondo che vedete proiettato nelle televisioni, quello lì è il loro mondo noi ne vogliamo costruire uno diverso».

 

Anche se brevemente e non in modo completo, ho tenuto a dedicare questo spazio alle parole e alle riflessioni aperte ieri dall’incontro della presentazione del Dossier Statistico Immigrazione 2023, in quanto sostengo siano state dense di significato e sia importante riportare alcune delle considerazioni emerse, così da poter tentare davvero di ripensare insieme un mondo diverso

Se ti interessa saperne di più vai al link www.dossierimmigrazione.it e facci sapere cosa ne pensi!

 

Nei prossimi articoli, utilizzeremo questa fonte fondamentale del Dossier per affrontare il discorso della percezione comune della persona migrante come criminale e della condizione reale delle persone straniere nelle carceri italiane

Per concludere, come di fatto ieri ha concluso Paolo De Nardis, presidente dell’Istituto di Studi Politici S. Pio V: «Oggi sono stati citati i numeri della migrazione, ma senza mai perdere di vista il filo rosso dell’urlo di battaglia di queste persone coraggiose, a dimostrazione che non è solo importante l’io ma anche il noi. Le nostre esistenze devono essere rivedute nello specchio del sé, perché l’alterità è una cosa bella, non solo da studiare ma anche da vivere».

Analizziamo la Violenza di Genere in Italia: con il principio di Pareto 80/20

MATTEO

La violenza di genere è un problema persistente in Italia e in tutto il mondo. Per esaminare questa questione complessa, possiamo applicare il principio di Pareto 80/20, noto anche come il principio di “vital few e trivial many“. I più assidui lettori del blog ricorderanno che questo principio suggerisce che circa l’80% degli effetti proviene dal 20% delle cause. 

 

Il 20% dei Casi di Violenza di Genere

Nel contesto della violenza sulle donne in Italia, il 20% dei casi rappresenta una grande parte del problema. Questi sono i casi più gravi, che spesso portano a gravi danni fisici e psicologici per le vittime. Questi casi richiedono una risposta urgente e coordinata da parte delle autorità e delle organizzazioni di supporto.

 

Le Cause Principali dell’80%

L’80% dei casi rimanenti di violenza di genere ha spesso cause radicate in dinamiche sociali, culturali ed economiche. Queste includono stereotipi di genere, disuguaglianza economica, mancanza di istruzione e consapevolezza, e altre sfide strutturali. Affrontare queste cause richiede un impegno a lungo termine per promuovere cambiamenti significativi nella società.

 

Concentrarsi sull’Educazione e la Sensibilizzazione 

Uno dei modi più efficaci per applicare il principio di Pareto è concentrarsi sull’educazione e sulla sensibilizzazione. Investire nella formazione delle giovani generazioni e nell’informazione delle comunità può contribuire a ridurre la violenza di genere. Promuovere l’uguaglianza di genere nelle scuole e nelle campagne di sensibilizzazione pubblica può avere un impatto significativo.

 

Supporto alle Vittime di violenza di genere

Per affrontare il 20% dei casi più gravi, è essenziale migliorare l’accesso delle vittime a servizi di supporto. Questi servizi dovrebbero essere facilmente accessibili, rispettare la privacy delle vittime e offrire assistenza legale, psicologica ed economica.

 

L’applicazione del principio di Pareto 80/20 alla violenza di genere in Italia ci offre una prospettiva interessante sulla questione. Concentrando gli sforzi sull’80% dei casi meno gravi e sulle cause principali, possiamo lavorare per creare un cambiamento significativo nella società italiana. Questo richiede una collaborazione tra istituzioni, organizzazioni non governative e la società civile per affrontare la violenza di genere in tutte le sue forme e promuovere un futuro più equo e sicuro per tutti.

Miliardari – La “democrazia distorta” secondo L

«Io non creo niente: io posseggo. E noi facciamo le regole: le notizie, le guerre, la pace, le carestie, le sommosse, il prezzo di uno spillo. Tiriamo fuori conigli dal cilindro mentre gli altri, seduti, si domandano come accidenti abbiamo fatto. Non sarai tanto ingenuo da credere che noi viviamo in una democrazia: vero, Buddy? È il libero mercato, e tu ne fai parte: sì, hai quell’istinto del killer…» – dal film “Wall Street” (1987).

Per la rubrica “L ci parla di”, oggi il nostro ricercatore spossato riflette sulle parole del film “Wall Street” in correlazione ai recenti eventi del nostro paese che hanno coinvolto l’Anfiteatro Flavio e due degli uomini più ricchi al mondo. 
LE PAROLE DI L

Due miliardari “squali” che detengono un patrimonio di 350 miliardi stavano per trasformare il Colosseo in un ridicolo luogo di combattimento tra gladiatori attempati. Si chiamano Musk e Zuckerberg. Il “nostro” Ministro della Cultura con sprezzo del ridicolo, in cambio di una “mancetta milionaria” (per costoro qualche milione di euro sono pur sempre spiccioli) si era fatto promotore di questa “cafonata miliardaria” salvo poi ricredersi. 

Un teatrino simile promosso poi dai nostri sedicenti “patrioti” suona come uno sberleffo nei confronti di chi patriota lo è per davvero. Patriottismo è ben altro, un uomo per tutti. (Pertini)

 

Suvvia, basta ca**ate, si facciano pagare le tasse a questi due imprenditori stile cafonal. Solo così si difende la dignità del nostro paese. Meglio preferire la parola “paese” e non “nazione”, posto che proprio coloro che stavano per allestire nella nostra città un ring a beneficio di questi due miliardari con un ego ipertrofico con degenerazioni narcisistiche suscitano l’entusiasmo e l’adulazione perversa di certi governanti. 

 

A questa sub-cultura in grado di sedurre la “piccola borghesia” più restia da sempre ai cambiamenti sociali Michela Murgia, con il suo radicalismo linguistico, aveva contrapposto un nuovo “umanesimo digitale”, più esattamente una “letteratura digitale” non a caso invisa all’accozzaglia di quei  “leoni da tastiera o killer digitali” da sempre sostenitori del peggior sovranismo patriarcale. Vogliamo ostinarci a credere che la democrazia sia un valore preminente. E tanti saluti ai discendenti di Gordon Gekko, Wall Street, Micheal Douglas e alla loro distorta lettura del digitale.

La rete deve poter estendere l’eguaglianza, i diritti dei popoli. Non deve … “rinco*****ire” la gente.

 

Colgo l’occasione per dirti, Michela: ci mancherai!

M49

Libertà dopo la reclusione: il reinserimento sociale dei detenuti analizzato con il principio di Pareto

Il periodo di reclusione rappresenta una tappa fondamentale nella vita di un individuo. Tuttavia, ancor più importante è il processo di reinserimento sociale che segue la fine della pena. In questo blog post, esploreremo il tema della libertà dopo la reclusione, analizzandolo attraverso il prisma del Principio di Pareto, noto anche come la regola dell’80/20. Scopriremo come questo principio possa fornire una prospettiva utile per affrontare le sfide e le opportunità che si presentano nel reinserimento dei detenuti nella società.

Il Principio di Pareto afferma che, in molti contesti, l’80% degli effetti è determinato dal 20% delle cause. Questo principio può essere applicato anche al reinserimento sociale dei detenuti. Infatti, un piccolo numero di fattori critici può influenzare in modo significativo la riuscita o il fallimento di tale processo.

Educazione

Offrire opportunità di istruzione e formazione professionale ai detenuti può fornire loro le competenze necessarie per trovare un impiego stabile una volta liberati. Investire nel potenziale di crescita personale e professionale dei detenuti può contribuire a ridurre il tasso di recidiva e consentire loro di diventare membri “produttivi” della società.

Supporto psicologico

La reclusione può lasciare cicatrici emotive e psicologiche profonde. È essenziale fornire un adeguato supporto psicologico ai detenuti, aiutandoli a elaborare il loro passato e a costruire una visione positiva per il futuro. Terapie individuali e di gruppo, programmi di reinserimento gradualmente progressivi e sostegno sociale possono giocare un ruolo significativo nel favorire una transizione positiva.

Sostegno comunitario

Sensibilizzare l’opinione pubblica, eliminare il pregiudizio e promuovere la comprensione sono requisiti fondamentali per creare un ambiente favorevole all’accettazione dei detenuti che cercano di ricostruire le proprie vite. Programmi di reinserimento basati sulla collaborazione tra enti penitenziari, organizzazioni no-profit e imprese locali possono agevolare la transizione dei detenuti verso una vita autonoma e produttiva.

 

Il reinserimento sociale dei detenuti richiede uno sforzo collettivo per superare le sfide che essi affrontano una volta concluso il periodo di reclusione. Applicando il Principio di Pareto, possiamo concentrarci sugli aspetti chiave che possono influenzare positivamente il processo di reinserimento. Investire nell’educazione, nel supporto psicologico e nel sostegno comunitario: agire sul 20% delle cause, può aiutare a mitigare l’80% degli effetti.

L’arte terapia negli istituti penitenziari: l’espressione creativa come mezzo di libertà

MATTEO

L’arte terapia nasce come disciplina nel corso del XX secolo, in particolare negli anni ’40 e ’50. Viene attribuita principalmente a due figure fondamentali: Adrian Hill e Margaret Naumburg .


Adrian Hill, un pittore britannico, è considerato uno dei pionieri dell’arte terapia. Durante la sua esperienza in un sanatorio per tubercolosi, Hill notò come il disegno e la pittura lo aiutassero a superare la malattia e a gestire il dolore e lo stress emotivo.

Attraverso il suo lavoro, Margaret Naumburg, una psicoanalista statunitense cercò di integrare il processo creativo con la psicoanalisi, permettendo ai pazienti di esprimere i loro conflitti interiori attraverso l’arte. Nel 1943, fondò la Walden School di New York, una scuola che integrava l’arte terapia nell’educazione dei bambini.

Negli anni successivi, l’arte terapia ha continuato a evolversi come disciplina, con il contributo di molti altri professionisti nel campo della psicologia, della psicoterapia e delle arti creative.

Oggi, l’arte terapia è riconosciuta come un approccio terapeutico valido e viene utilizzata in una vasta gamma di contesti clinici, inclusi gli istituti penitenziari, per promuovere l’empowerment personale e il benessere emotivo.

Cos’è l’Arte Terapia?

L’arte terapia è una forma di terapia che utilizza l’espressione artistica come mezzo di comunicazione e di guarigione. Attraverso vari mezzi espressivi come la pittura, il disegno, la scultura e l’artigianato, gli individui possono esplorare e rielaborare i propri sentimenti, pensieri ed esperienze attraverso il canale non verbale. Si viene a creare uno spazio sicuro e creativo in cui le persone possono esprimere se stesse liberamente, promuovendo l’autoriflessione e la relazione d’aiuto.

Le artiterapie negli Istituti Penitenziari:

Negli istituti penitenziari, i laboratori di artiterapie offrono una via percorribile per superare le difficoltà e le sfide emotive associate alla vita in detenzione. I detenuti possono sperimentare sensazioni di isolamento, rabbia, frustrazione e persino disperazione. Le arti terapie forniscono loro uno spazio dove possono liberare queste emozioni e cambiare il punto di vista da cui guardare, anche in un penitenziario.


L’arte terapia negli istituti penitenziari mira a migliorare il benessere emotivo dei detenuti, a riscoprire la propria identità e le proprie risorse. L’Arteterapia promuove la riabilitazione e la reintegrazione nella società. Attraverso l’espressione creativa, i detenuti possono sviluppare una maggiore consapevolezza di sé, una migliore gestione delle emozioni e una prospettiva positiva sul loro futuro.

 

In conclusione, l’arte terapia negli istituti penitenziari offre ai detenuti la possibilità di esplorare la loro creatività, trovare un canale emotivo innovativo e sviluppare competenze personali significative. Attraverso questa forma di terapia, i detenuti possono intraprendere un percorso trasformativo capace di aprire le porte alla riscoperta di sè, all’autostima, e al reinserimento sociale. Le arti terapie dimostrano come l’espressione artistico-creativa possa far contattare quel senso di libertà anche in una condizione di mancata libertà, come quella detentiva.

L’educazione in carcere come chiave del reinserimento sociale dei detenuti

MATTEO

L’educazione in carcere è un argomento di cruciale importanza che merita particolare attenzione perché riguarda il benessere e il futuro non solo dei detenuti, ma anche delle loro comunità e della società nel suo complesso.

In questo articolo, esploreremo l’importanza dell’educazione in carcere e in che modo essa possa contribuire a un cambiamento positivo nella vita dei detenuti.

Mentre le prigioni svolgono il ruolo di punizione e sono ruoli con un alto livello di sicurezza, è fondamentale riconoscere il potenziale trasformativo dell’istruzione all’interno di queste strutture. L’educazione può rappresentare una vera e propria svolta nella vita dei detenuti, fornendo loro le competenze necessarie per il reinserimento sociale, riducendo la recidiva e creando opportunità di crescita personale. Ma vediamo insieme in che modo:

Riduzione della recidiva attraverso l’istruzione

Numerosi studi dimostrano che i detenuti che partecipano a programmi educativi hanno maggiori probabilità di trovare lavoro dopo il rilascio e di mantenere un percorso di vita lontano dal crimine. Acquisire competenze di base come la lettura, la scrittura e la matematica, insieme a competenze professionali, fornisce ai detenuti una base solida per costruire una vita migliore una volta fuori dal carcere.

L’educazione in carcere per la crescita personale e autostima

L’educazione in carcere non riguarda solo l’acquisizione di conoscenze pratiche, ma può anche promuovere la crescita personale e l’autostima. Attraverso il processo di apprendimento, i detenuti possono scoprire nuove passioni, sviluppare l’autostima e costruire una visione positiva del loro futuro. L’educazione offre loro l’opportunità di reinventarsi e di costruire una nuova identità basata sulle competenze acquisite.

Preparazione per il reinserimento sociale

Il periodo di detenzione rappresenta una pausa forzata nella vita di un detenuto, ma può anche essere un’opportunità per prepararsi al ritorno nella società. L’educazione in carcere aiuta i detenuti a sviluppare competenze sociali, migliorare la capacità di risolvere problemi e apprendere strategie di gestione dell’ira e del conflitto. Queste abilità sono fondamentali per affrontare le sfide che si presentano al momento del rilascio e per integrarsi positivamente nella comunità.

Le opportunità di apprendimento e riscatto dell’educazione in carcere

L’educazione in carcere offre ai detenuti l’opportunità di riscatto e di rompere il ciclo del crimine. Attraverso l’apprendimento, possono dimostrare un impegno per il cambiamento e mostrare che sono disposti a investire in se stessi. Questo può avere un impatto positivo sulla percezione della società verso i detenuti e sulla loro capacità di reintegrarsi come cittadini responsabili. L’educazione in carcere offre una via per la redenzione e la possibilità di costruire una vita migliore.

In questo contesto, è importante promuovere l’accesso all’istruzione all’interno delle strutture carcerarie e fornire risorse adeguate per sostenere tali programmi. Solo attraverso un impegno collettivo possiamo aprire le porte a un futuro migliore per i detenuti e per la società nel suo complesso.

L’educazione in carcere ha il potere di cambiare vite, rompere cicli di criminalità e creare un impatto positivo sulle comunità. Dobbiamo considerarla come un investimento nell’umanità, perché quando i detenuti acquisiscono conoscenze e competenze, diventano membri produttivi della società e hanno la possibilità di costruire una vita migliore per sé stessi e per le loro famiglie.

Attraverso programmi educativi mirati, sostegno emotivo e opportunità di reinserimento sociale, possiamo aprire nuove strade per le persone “di dentro” e costruire una società più equa.

È vietata la tortura: il XIX Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione

ALESSIA

Ogni anno l’associazione Antigone raccoglie il frutto del suo prezioso lavoro nel Rapporto sulle condizioni di detenzione che delinea la situazione delle persone ristrette nelle Carceri d’Italia e apre a più ampie considerazioni e riflessioni sulle tematiche che maggiormente incidono sulla vita di chi sta dentro. Il diciannovesimo Rapporto di Antigone, come si evince dall’imperativo che fa da titolo “è vietata la tortura” reca tra gli approfondimenti il focus sul reato di tortura, la quale esistenza è stata recentemente messa in discussione. 

 

«Chiunque, con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa, è punito con la pena della reclusione da quattro a dieci anni se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona». 

 

Con l’articolo 613 bis è stato introdotto nel codice penale italiano il reato di tortura. Così, dal 14 luglio 2017 l’associazione Antigone ha ricevuto numerose denunce da parte di persone detenute che hanno dichiarato di essere state vittime di azioni di violenza.  

Come riportato nel Rapporto di Antigone, prima di questa data, il nostro ordinamento non contemplava neanche la parola “tortura”, per l’utilizzo della quale l’associazione stessa si è battuta a lungo: non possiamo chiamarle botte, percosse o minacce, è tortura. Tortura che per definizione dell’attuale codice penale consiste in tutta quella serie di azioni che producono una profonda sofferenza fisica e/o psichica alle persone già prive della propria libertà. Dunque violenze di ogni genere, intimidazioni continue e durature nel tempo considerate – a buon ragione – fattori di degrado per la dignità della persona che le subisce. 

 

Di fronte alle Nazioni Unite, nel 2010 “al vaglio dello Human Rights Council” l’Italia si opponeva all’istituzione del reato di tortura per quelle stesse motivazioni che alcuni oggi tentano ancora di proporre: «la legislazione italiana ha disposto misure sanzionatorie a fronte di tutte le condotte che possono ricadere nella definizione di tortura (…). Pertanto, la tortura è punita anche se essa non costituisce un particolare tipo di reato ai sensi del codice penale italiano». Solo due anni più tardi, è stata la mano di un giudice a riaprire la ferita. 

 

Nel 2012, durante un processo seguito dall’associazione Antigone due persone ristrette nel carcere di Asti denunciavano di essere stati vittime di gravi atti di tortura. 

«I fatti avrebbero potuto agevolmente qualificarsi come tortura (ma) in Italia non è prevista alcuna fattispecie penale che punisca coloro che pongono in essere comportamenti che (universalmente) costituiscono il concetto di tortura». Quel “ma” ha un peso così importante. Pesa ancora oggi, se si pensa a tutte quelle persone che prima del 2017 non avevano alcun potere di fronte alle azioni di violenza prolungate nel tempo dai propri carnefici i quali gesti, seppure accusati, non sarebbero stati riconosciuti dalla legge come atti di tortura. Quelle azioni di tormento, ad oggi penalmente punibili, potrebbero tornare ad essere “legittimate” perché, qualcuno ha detto, la legge sul reato di tortura impedirebbe agli agenti di fare il loro mestiere… quello di infliggere supplizi?

La sentenza del 2012 e le parole del giudice hanno inevitabilmente fatto luce sulla mancanza di strumenti giuridici per rispondere alla tortura e ha richiamato l’attenzione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, grazie al cui necessario intervento dopo cinque anni è stato introdotto l’articolo di cui sopra.  

 

«Un testo non perfetto, ma che permette oggi di pronunciare quella parola nelle aule di tribunale. Tornare indietro non si può, come fortemente abbiamo voluto sottolineare con il titolo del presente Rapporto» – c’è scritto nel Rapporto di Antigone.

Non si può tornare indietro, sarebbe contro ogni principio e senso di umanità, ingiustamente scorretto nei confronti delle persone che nonostante siano recluse per aver commesso reati, restano persone appunto.

D’altronde, concordiamo con  Zerocalcare: i principi non vanno a simpatia.

 

L’uomo delinquente di Lombroso

ALESSIA
Da dove nasce l’uomo delinquente e le teorie sulla devianza? Qui osserveremo brevemente come alcuni tratti fisici per Cesare Lombroso, nella seconda metà dell’Ottocento, possano essere spiegazione dei comportamenti violenti di alcuni.

La componente positivistica dell’Ottocento, sotto l’influsso delle teorie darwiniane sull’Evoluzione delle specie, ha prodotto una letteratura che guarda all’uomo nella sua dimensione naturalistica e biologica, all’interno della quale si sono cercate le motivazioni e ragioni profonde delle differenze sociali ed economiche, culturali e comportamentali, osservabili tra gli abitanti del Pianeta. 

Così, insieme all’eugenetica e al darwinismo sociale, si sviluppa il pensiero per cui alcuni tipi di lineamenti o geni potevano condurre un dato individuo alla devianza. Devianza è un termine sintomo dell’incasellamento dei gruppi di persone che vivono all’interno di una società in categorie, per cui il deviato è la falla nel sistema; quella persona che devia dalla norma: il folle, il delinquente o entrambi. Oggi un tale retaggio culturale ci può far credere di riconoscere un delinquente anche solo dai vestiti che indossa. 

Se fossimo Cesare Lombroso, o suoi lettori e sostenitori, dovremmo riuscire a distinguere “l’uomo delinquente nato” dal resto,  attraverso l’osservazione dei medesimi caratteri che ritroviamo negli “uomini selvaggi” e nelle “razze colorate”. 

 

«Tali sarebbero: scarsezza dei peli, poca capacità cranica, fronte sfuggente, seni frontali molto sviluppati; semplicità delle suture, spessore maggiore delle ossa craniche; sviluppo enorme delle mandibole e degli zigomi, prognatismo; obliquità delle orbite, pelle più scura, orecchie voluminose; anomalie dell’orecchio, aumento di volume delle ossa facciali; ottusità tattile e dolorifica; buona acuità visiva, ottusità degli affetti, precocità ai piaceri venerei e al vino; facile superstizione, suscettibilità esagerata del proprio io, e perfino il concetto relativo della divinità e della morale.» (1876. Lombroso)

 

Il dettaglio anatomico particolare, diverso e primitivo rispecchia in qualche modo una propensione al vizio, un’indole suscettibile, credulona, senza ratio né morale. 

La ricerca delle correlazioni tra le caratteristiche fisiche, biologiche, naturali del deviante e il suo comportamento fuori-norma diventa quasi la ragione di vita del Lombroso.

La teoria dominante nella seconda metà dell’Ottocento presupponeva vi fosse, in alcuni soggetti, una recessione evolutiva: con «il termine Atavismo biologico si intende il ritorno alle caratteristiche degli antenati» . L’uomo torna indietro nella scala evolutiva e questo si traduce nel suo essere “animalesco e criminale”. Per gli studiosi del tempo, l’esempio più calzante e allo stesso modo dimostrabile empiricamente, era l’uomo selvaggio delle “razze colorate”. Com’è noto, insieme alle caratteristiche fisiche del pazzo o del criminale, si sono studiate per molto anche quelle degli abitanti delle colonie europee al fine di formulare delle ragioni valide alla bassezza evolutiva di questi ultimi, riscontrabile nei loro usi e costumi “primitivi”. 

Il deviante, che sia esso un folle o un delinquente, ha subito un arresto nel percorso evolutivo. Lombroso tenterà di dimostrare per tutta la sua carriera che il reato in sé non prescinde dalla volontà, bensì dalla peculiare caratteristica del corpo, una falla. 

Come se il corpo, nella sua fisicità, si facesse manifestazione della devianza

 

Dopo aver esaminato oltre duecento crani, Lombroso sostenne che vi fossero due tipologie di individui sottosviluppati: l’uomo alienato, il folle e l’uomo delinquente, il criminale. Quest’ultimo il più patologico del primo. 

Alle critiche rispose smussando gli angoli, complessificando il concetto ontologico dell’uomo delinquente e osservando i fattori sociali, culturali ed economici che determinavano il fenomeno criminale.

L’applicazione di un ragionamento che apparteneva alla dottrina medico-naturalistica a quella antropologica, racchiude quello che è stata la formazione di Cesare Lombroso, in qualche modo riprodotta fedelmente nell’opera: “L’uomo delinquente in rapporto all’antropologia, alla medicina legale ed alle discipline carcerarie” edita nel 1876. 

Così, all’uomo delinquente nato si affiancò  il “delinquente d’abitudine” che a differenza del primo doveva le proprie aspirazioni criminali all’ambiente in cui era cresciuto, alle condizioni culturali ed economiche di degrado. Il percorso del delinquente d’abitudine verso le più vicine somiglianze di quello nato si compiva crimine dopo crimine, giungendo ad uno stadio di depravazione sempre maggiore. Lombroso suddivide i criminali in vere e proprie categorie: delinquenti nati, pazzi morali, epilettici, criminali pazzi, rei per passione, abituali e d’occasione

 

Il pensiero che tutti i criminali possano essere folli, sottosviluppati o degenerati non ha retto per molto, nonostante la forte influenza lombrosiana sullo studio della devianza sia stato fondamentale per la nascita stessa della disciplina criminologica, l’atavismo biologico cade in disgrazia, insieme alle categorie di criminali appena sfiorate.

La sociologia e la criminologia contemporanea riconoscono il carattere estremamente flessibile del concetto di devianza. Come ha recentemente discusso Dal Lago ne “La produzione della devianza. Teoria sociale e meccanismi di controllo.” il termine esprime la contrapposizione tra chi si integra nella società e reagisce positivamente alle regole scritte e non scritte e chi invece queste regole le trasgredisce. 

 

«Ma i confini tra integrazione e devianza non sono quasi mai stabiliti, così che le aree dei comportamenti devianti vengono volta per volta allargate ai confini dell’intera società (come avviene nelle teoria dei conflitti, ad esempio), oppure ristrette a disfunzioni locali o individuali (come nelle teorie funzionaliste)»

Madri fuori – i diritti delle donne, dei bambini e delle bambine

Nella giornata di ieri si è conclusa la campagna di sensibilizzazione per la dignità e i diritti delle madri condannate, dei loro figli e delle loro figlie. Nonostante questo, non possiamo dire che sia conclusa l’ingiustizia di far crescere un bambino in carcere, né tantomeno che sia scomparsa la possibilità che a queste donne venga tolta la responsabilità genitoriale.

 

Dell’articolo 27 della Costituzione italiana, dobbiamo necessariamente evidenziare e ribadire che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”. Sappiamo che per arginare la possibilità che dei bambini e delle bambine crescano in carcere, esistono in Italia delle misure alternative che permettono alle persone condannate di vivere all’interno di strutture di accoglienza o nelle proprie case in detenzione domiciliare.

 

Il fine è duplice, da una parte mantenere integro il rapporto tra la madre e il proprio figlio o figlia, dunque garantire il diritto di essere madre alla persona condannata; dall’altra rispettare il diritto del bambino o della bambina di crescere con la propria madre e in un luogo che non sia quello insalubre del carcere.

 

Come leggiamo nel XIII Rapporto di Antigone:

La legge introduceva però anche delle condizioni di ammissione alle misure alternative, al fine di evitare – questa la preoccupazione nel dibattito che ha accompagnato l’iter di approvazione della legge – un utilizzo strategico della maternità in carcere: poteva essere ammessa ai benefici chi, in definitiva, non presentasse rischio di recidiva e dimostrasse la concreta possibilità di ripristinare la convivenza con i figli. Condizioni che hanno finito inevitabilmente per tagliar fuori le donne appartenenti alle frange più marginali della popolazione, magari detenute tossicodipendenti, incarcerate per reati relativi alla legge sulle droghe (di fatto, gran parte delle detenute). Altre grandi escluse erano le donne straniere che spesso prive di fissa dimora non potevano accedere agli arresti domiciliari.

Recentemente, durante un dibattito parlamentare volto al definitivo superamento della condizione del crescere “dietro le sbarre”, si è avanzata l’idea di togliere la patria potestà a tutte le donne condannate con sentenza definitiva.

In risposta alla politica violenta e aggressiva che si scaglia, nuovamente, nei confronti delle donne e dei loro diritti, si è mobilitata la campagna Madri fuori: dallo stigma del carcere, con i loro bambini e bambine

L’essere madre in carcere è da subito associato all’essere una “cattiva madre”: se hai commesso un reato significa che non sei in grado di crescere “bene” un bambino o una bambina. Francesca Bonassi di Antigone ha raccontato le esperienze di Sportello nelle carceri femminili, evidenziando come molte volte, alla base del reato di una donna vi è la necessità di “sfamare” i propri figli, di arrivare a fine mese e dare loro una possibilità di vita dignitosa. Le realtà di disagio socio-economico esistenti in Italia, certo, non possono essere una giustificazione al reato, ma devono essere considerate prima di assoggettare una persona a un giudizio morale negativo e ancor più di fronte alla necessaria separazione tra la persona e il proprio reato. 

Oltre a questo e al fatto che il carcere sembra essere ancora luogo pensato al maschile, come se alle donne non fosse consentito di sbagliare, “se hai dei figli, non sei nient’altro che madre; se sei madre e sei detenuta, devi necessariamente soffrire per avere sbagliato nei confronti dei tuoi figli; se sei madre, la maternità è il ricatto al quale sottoporti per rieducarti.”

Gli assorbenti in carcere – Donne ristrette

Perchè parliamo di assorbenti in carcere? In che senso il carcere è pensato al maschile? 

Per prima cosa, dobbiamo necessariamente ricordare che la popolazione detenuta femminile in Italia rappresenta una piccola parte del totale (appena il 4%). Di conseguenza, gli spazi, i beni, le attività e le misure all’interno del penitenziario sono principalmente pensate per l’utenza maschile, la grande maggioranza.

 

Nel 2013 con Edizioni dell’asino abbiamo pubblicato un manualetto “leggero e disinvolto” che illustra le tecniche di riappropriazione degli oggetti della quotidianità femminile in carcere, dove la personalità dell’individuo viene lentamente compressa. 

In “Ricci, limoni e caffetterie. Piccoli stratagemmi per una vita ristretta” si leggono le ricette delle donne recluse che reinventano i prodotti di cura e di benessere per i propri corpi, che scelgono di imprimere la propria soggettività nel luogo in cui il tempo è dilatato, scandito dal movimento dell’istituzione, assoggettato a norme omologanti. 

 

A pagina 36 “Contro i dolori mestruali” le donne preparano un intruglio di acqua, cannella e noce moscata. “La noce moscata scioglie i grumi di sangue!”.

 

Oltre a rappresentare ancora un tabù, il ciclo mestruale è per molte persone percepito come un “privilegio”. A livello globale, sono ben 2,3 miliardi le persone che non hanno accesso a servizi igienico-sanitari di base, in molte aree povere solo il 27% della popolazione ha modo di lavarsi le mani con acqua e sapone nella propria abitazione e in diversi paesi non c’è disponibilità o facilità di accesso agli assorbenti. Per chi vive in queste condizioni l’igiene mestruale rappresenta un problema che comporta rischi per la salute e che può causare esclusione sociale, assenza da scuola e dal posto di lavoro, fino allo stigma.

Con Lucha y Siesta e Aidos, in risposta al successo dell’iniziativa dello scorso anno, abbiamo nuovamente proposto la campagna di raccolta assorbenti per le persone detenute in carcere. La campagna, iniziata nella giornata di ieri, giovedì 4 maggio, si concluderà domenica 28 maggio: Giornata mondiale dell’igiene mestruale. Gli assorbenti raccolti verranno consegnati in carcere e nelle strutture di accoglienza per persone detenute.

Gli assorbenti continuano ad essere una delle voci più pesanti nel pay gap tra uomini e donne, non sono considerati beni di prima necessità. Questo accade anche in carcere, istituzione totale pensata al maschile e mai pienamente adeguata nonostante regolamentazioni interne tese a “favorire l’espressione di quegli aspetti della personalità fondati sulla differenza di genere”

 

Gli assorbenti, così come altri prodotti consentiti, possono essere acquistati attraverso il cosiddetto “sopravvitto”, una sorta di negozio interno all’Istituto Penitenziario. Al sopravvitto però possono accedere solo coloro che hanno dei soldi sul conto corrente interno, chi non ha possibilità economica e di conseguenza non può acquistare, deve accontentarsi degli assorbenti forniti dall’Amministrazione Penitenziaria che, se non trascura questo aspetto, non garantisce però la scelta di un modello, di una marca o le quantità necessarie di assorbenti in base alle singole esigenze. 

Non avere accesso o avere limitate possibilità di scelta ai prodotti per l’igiene mestruale vuol dire violare il diritto umano alla dignità. Serve abbattere gli stereotipi e fare in modo che si abbia una gestione autonoma e sana del ciclo mestruale. 

 

Vuoi donare anche tu gli assorbenti?

Si possono donare assorbenti classici di qualsiasi marca e modello e gli slip assorbenti, mentre i tamponi in carcere non possono entrare

Da giovedì 4 maggio 2023 gli assorbenti sono raccolti presso la Casa delle Donne Lucha Y Siesta, in Via Lucio Sestio 10, che rimarrà aperta per la raccolta tutti i lunedì e giovedì dalle 9:30 alle 13:00 e durante gli eventi pomeridiani e serali.

Uso o abuso? Gli psicofarmaci in carcere

L’utilizzo quasi regolamentare degli psicofarmaci in carcere è una verità di cui l’opinione pubblica è ormai consapevole, un tema affrontato dai media più volte dal quale emerge una realtà che ci lascia perplessi nella sua apparente immutabilità.

«C’è chi il carcere se lo fa dormendo»

Una frase che ho sentito dire spesso, sia dagli educatori che dalle stesse persone detenute, autori del nostro blog. 

«Una terapia con l’arte, invece che con le pillole!» 

Ha affermato L. durante la presentazione del corso di Arte Terapia che stiamo svolgendo all’interno della Terza Casa Circondariale di Rebibbia

«Questo servirebbe pure a noi, invece che gli pissicofarmarci. Io non li ho mai presi, ma veramente c’è gente che ci campa così dentro» 

Ha sostenuto S., commentando un incontro di antropologia medica, in cui si parlava dell’importanza anche di una carezza in un percorso di cura

 

Queste parole ci esprimono nel modo più semplice e immediato una consapevolezza generalizzata della normalizzazione dello psicofarmaco come strumento per affrontare il dolore del carcere.

Un dolore silenzioso che quasi non si vede e che si preferisce far tacere, ingoiando un antidoto che anestetizza e che insieme alla dipendenza assopisce e rende inermi: deboli di comunicare, scegliere e persino pensare.

Approfittando della recente lettura de “Il carcere invisibile. Etnografia dei saperi medici e psichiatrici nell’arcipelago carcerario.” di Luca Sterchele, ho deciso di dedicare al tema una breve e umile riflessione, allo scopo di portare alla luce una realtà generatrice di disagio che oltre lo sdegno immediato dei molti, ci lascia ancora una volta una sensazione di impotenza.

Quello che viene evidenziato dal sociologo è prima di tutto una diffusa sensazione “di allarme” per cui, in seguito al superamento degli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari) con la legge 81 del 2014 e alla conseguente istituzione delle strutture REMS (Residenze per l’Esecuzione della Misura di Sicurezza), sembra esserci nelle carceri italiane un aumento dei detenuti “psichiatrici”. Come se il carcere fosse diventato il nuovo manicomio

Per alcuni, lo stato di allarme risulta essere confermato dall’elevato numero degli psicofarmaci consumati in carcere ma come sottolineato all’interno del testo succitato, l’utilizzo dello psicofarmaco sembrerebbe rientrare anche tra le tecniche di governo del personale penitenziario al fine di tenere la popolazione detenuta in una condizione di calma e tranquillità, per non avere situazioni spiacevoli come reazioni violente o confusionarie. 

La ricerca di Sterchele suggerisce, attraverso la narrazione frutto dell’osservazione partecipante, l’esistenza di una sorta di regolazione interna della prescrizione dei farmaci a fronte della massiccia richiesta da parte dei detenuti. Alla carenza di personale, di spazi e misure per le “persone psichiatriche” recluse all’interno delle varie Case Circondariali italiane, si aggiunge il malessere fisico e psicologico degli stessi detenuti, i quali richiedono appunto qualcosa che “indebolisca” la sofferenza del vissuto ristretto (concernente la sfera relazionale, le vicende giudiziarie che li riguardano o semplicemente gli eventi della vita quotidiana) e di conseguenza le «capacità del soggetto sofferente di far fronte in maniera efficace a queste stesse contingenze».

Sembra che uno dei principali motivi per cui vengono richiesti gli psicofarmaci sia l’insonnia, infatti negli scaffali della farmacia di una delle strutture penitenziarie osservate dal sociologo nel 2018 vi sono principalmente ansiolitici con effetti calmanti: Valium, Xanax, Lormetazepam (Minias), Lorazepam (EM) ecc. Il carcere come luogo insonne è in realtà raccontato anche dai nostri autori che spesso, parlando delle notti in cella, mi hanno confermato che non si dorme

«Ad occhio – spiega la caporeparto al ricercatore – vengono consumati circa 120 flaconi di Diazepam a settimana, e, sempre ad occhio, sui 30/40 di EM. Al momento sono presenti circa 500 detenuti». Oltre questi dati approssimativi, ci si deve rendere conto che la questione psichiatrica in carcere è sicuramente molto più complessa e frammentata di quanto si possa credere. Da un lato, l’assenza di misure effettive per le persone che hanno patologie o che presentano gravi dipendenze dalle droghe già “da fuori”; dall’altro l’abitudine di assopire e rendere più facilmente governabile la popolazione ristretta.

 

Il discorso è senza dubbio da approfondire, oltre che con la lettura del libro qui brevemente illustrato, anche attraverso future narrazioni che tenteremo di formulare soprattutto per quello che concerne una sorta di razzismo patologizzante per cui si tende a prescrivere psicofarmaci più facilmente alle persone straniere recluse, a volte solo a causa di una difficoltà di comunicazione che si traduce in un banale “questi sono tutti matti”.  

ALESSIA

Lavorare nel terzo settore

Quando ci chiedono che lavoro facciamo e rispondiamo che siamo operatori di una cooperativa sociale che lavora nel terzo settore non sempre i nostri interlocutori sembrano capirci.

Proviamo allora a spiegare velocemente: con la definizioneterzo settore” si intende l’insieme di enti di carattere privato che operano con finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale; operano quindi al di fuori del settore pubblico e di quello commerciale ma si affiancano e interagiscono con entrambi per l’interesse delle comunità.

Nonostante il Terzo settore esista da decenni è stato riconosciuto giuridicamente in Italia solo nel 2016 ma a nostro avviso ancora non viene riconosciuta pienamente l’importanza che ricopre non solo in termini di impegno sociale ma anche in termini economici.

Le realtà del terzo settore sono portatrici di professionalità, esperienza, impegno e memoria ma spesso (quasi sempre anzi) vengono considerate dalle istituzioni come mere esecutrici di servizi. 

Al di là del settore di intervento che caratterizza il lavoro dei vari enti del terzo settore (disabilità, dipendenze, detenzione…) parliamo di un settore dinamico composto da persone con professionalità specifiche ed esperienza che converrebbe coinvolgere anche nella programmazione dei servizi e non solo nell’esecuzione in quanto gli operatori sociali sono sempre in prima linea e conoscono e presagiscono quelle che sono le emergenze sociali in continuo mutamento.

Inoltre capita frequentemente che i servizi non siano finanziati in maniera adeguata o che lo siano per periodi troppo brevi e di fatto queste cose impediscono di lavorare con sguardo ampio e strumenti adeguati e la continua precarietà influisce inevitabilmente e negativamente sugli operatori e ancor più sull’utenza finale.

Avere più strumenti permetterebbe di raggiungere risultati dal più ampio impatto sociale.

Quello che notiamo inoltre è che spesso non vengono riconosciute le professionalità, chi lavora nel sociale viene visto come un volontario, una persona di buona volontà che mette a disposizione il suo tempo libero. La buona volontà sicuramente c’è in chiunque scelga di fare questo lavoro ma oltre a quella vengono messe in gioco competenze specifiche ed esperienze che andrebbero non solo riconosciute ma anche valorizzate.

In questi ultimi anni finalmente è stato trovato lo strumento della “coprogettazione” che prevede la progettazione e la successiva realizzazione di uno specifico intervento sociale attraverso l’integrazione tra enti pubblici e enti del terzo settore che scelgono di lavorare in modo sinergico avendo come obiettivo condiviso la risposta ad uno specifico bisogno sociale: una nuova sfida e un nuovo percorso che siamo pronti ad intraprendere!

Livia

Riflessioni sul ruolo dell’educatorɘ: il burnout, un mostro sempre in agguato?

Nell’ambito della nostra attività quotidiana di educatorɘ ci troviamo spesso a fare i conti con situazioni di stress lavorativo che possono arrivare a minare il nostro equilibrio e la nostra produttività, fino ad arrivare a casi estremi in cui si manifesta quello che ormai l’OMS definisce come vera e propria sindrome: il burnout. L’operatorɘ in burnout arriva ad una sorta di esaurimento delle proprie risorse interiori, deteriorate da una condizione di disagio diffusa dovuta alla sovraesposizione al lavoro e alla ridotta capacità di far fronte alle criticità quotidiane. Questo esaurimento si manifesta con la disaffezione verso il lavoro, con un aumentato cinismo e distacco che mina alle basi qualsiasi intervento educativo.

L’argomento è quasi tabù, affrontarlo o ammettere di averci fatto i conti nella propria vita lavorativa può essere letto come mancanza di professionalità, come inidoneità allo svolgere una professione delicata che ha al centro una relazione di aiuto. In realtà per mantenere uno standard lavorativo alto e preservare il proprio equilibrio mentale è prioritario rendersi conto delle proprie debolezze e fragilità, trovare il modo per affrontarle sia individualmente che nel gruppo di lavoro.

Nella mia esperienza lavorativa nella Cooperativa PID mi sono trovato spesso in periodi e situazioni molto stressanti, dovute al sovraccarico lavorativo e alla particolare tipologia di utenti con cui mi sono trovato a confrontarmi negli anni. Il primo rifugio e approdo sicuro nei periodi più pesanti è stato senz’altro il confronto di gruppo, il poter contare sulle colleghe di lavoro e sul lavoro in equipe, l’aver avuto sempre persone vicine che mi hanno fornito sostegno e l’opportunità di confrontarmi e di esplicitare le criticità con cui mi sono trovato di volta in volta a fare i conti. La supervisione di uno specialista poi è stata un’arma in più, che mi ha permesso di avere un approccio più riflessivo e distaccato dalle dinamiche quotidiane, una chiave di lettura esterna che ha contribuito a farmi vedere i problemi da altri punti di vista, arricchendo la mia capacità di trovare soluzioni e di non farmi sovrastare dalle criticità quotidiane, applicando metodologie che mi hanno consentito nel tempo di tenere sotto controllo il lavoro e la sua incidenza sul mio equilibrio psichico.

Soprattutto una volta preso in carico un nuovo utente, e successivamente nel percorso di accompagnamento nella strada verso il reinserimento, si instaura un rapporto molto profondo e diretto con l’utenza, ed è quindi opportuno impostare il rapporto con le persone in carico in maniera chiara, senza lasciar spazio ad ambiguità, in modo da palesare e rendere chiaro il proprio ruolo di “accompagnatore” in un percorso di reinserimento nella società civile, percorso mai scontato ed immediato, che necessita di costante monitoraggio e sostegno da parte dell’educatorɘ professionale. Instaurare un rapporto troppo amicale, diretto, senza filtri e senza paletti con l’utenza può portare al rischio di creare confusione nell’ospite, che cercherà di colmare una serie di deprivazioni cui la sua condizione di detenzione passata o presente l’ha esposto, deprivazioni soprattutto affettive e relazionali, con un rapporto troppo stretto e scorretto con l’educatore, che viene quindi investito di aspettative e richieste crescenti cui non potrà far fronte nel medio-lungo periodo, generando frustrazione nel lavoratore e disaffezione nell’utente. 

Spesso mi sono trovato a dover ribadire, con la dovuta delicatezza per non compromettere il rapporto educativo costruito con l’utente, che il mio ruolo non è assimilabile a quello di un amico, di un confidente, ma appunto è quello di una persona che si pone degli obiettivi, professionali, in comune con l’utente, ovvero, in primis, il raggiungimento di una condizione di autonomia che porti la persona a riprendere le redini della propria vita. 

Nel rapporto che si instaura con le persone prese in carico a volte è necessario mettere degli argini, per evitare di dedicarsi h24 al lavoro, e di dare la falsa illusione all’utente di “esserci sempre”. Il corretto rapporto con l’utente, secondo me, si raggiunge quando entrambi gli attori del rapporto educativo hanno chiaro il reciproco ruolo, e in quell’ambito agiscono per raggiungere quelli che sono gli obiettivi comuni.

Penso che sia importante anche affrontare in maniera riflessiva il proprio lavoro, avere degli spazi e dei luoghi in cui si parli non dell’oggetto del lavoro, ma del lavoro in sé, mettendo al centro gli operatorɘ e dando il giusto spazio alle differenti individualità che compongono un’equipe che si occupa di interventi socio-assistenziali. 

Anche l’avere uno spazio per esprimere le proprie idee, riflessioni e valutazioni, come questo che sto utilizzando in questo momento nell’ambito del blog “Passo dopo passo”, è senza dubbio un elemento positivo che mi aiuta in tal senso.

Francesco

Dossier statistico immigrazione 2022 – i migranti nelle carceri italiane

Il 27 ottobre scorso ho avuto il piacere di ascoltare la presentazione del Dossier Statistico sull’immigrazione del 2022: il frutto del lavoro meticoloso svolto da IDOS in collaborazione con la rivista Confronti e l’Istituto di Studi Politici Pio V volto a fotografare la situazione dei migranti in Italia.  

Ad introdurre la discussione circa la trentaduesima edizione del Dossier, un pensiero rivolto a tutte le vittime del mare e delle frontiere, a tutte le sofferenze e il dolore di chi passa il confine: “A tutti i migranti reali che però sono assenti…”

In questo resoconto, vorremmo riportare i dati del Dossier per quanto riguarda la popolazione migrante detenuta dell’anno 2022. Numeri che rispecchiano una realtà diversa da quella narrata dal luogo comune per cui io non sono razzista ma questi vengono qua e ce stuprano ‘e figlie, ‘e mogli!”. Percentuali che fanno luce su l’evidente disagio socio-economico che vivono le persone che non-accogliamo tutti i giorni. 

Criminalità in Italia – il reale contributo delle persone straniere

Al fine di analizzare il “peso” delle persone straniere nel più ampio scenario criminale italiano, Gianfranco Valenti e Luca di Sciullo, ricordano l’assunzione preliminare di una serie di criteri oggettivi «senza i quali si rischia di fornire una interpretazione unilaterale, ingenua e scorretta» di una realtà che risulta essere più interconnessa di quanto non sembri.

Nel senso, è giusto porre un confine netto tra la criminalità straniera e quella autoctona? 

Lo studio qui presentato cerca di contestualizzare il fenomeno all’interno dell’ambiente sociale, culturale ed economico in cui si manifesta.

Quattro sono le riflessioni che aprono il discorso intorno alla questione contro cui invece si scontra l’opinione comune di molti italiani, condita con una «salsa razzista-lombrosiana – scrivono Sciullo e Valenti – per cui i caratteri somatici comuni a una “etnia” rivelerebbero tratti caratteriali propri di un’intera popolazione».  

  1. Non sempre il numero degli arresti o delle denunce sono corrispondenti alle persone effettivamente arrestate o denunciate, perché è possibile che una stessa persona sia arrestata o denunciata più volte nell’arco del tempo. 
  2. Le persone immigrate in Italia hanno un maggior numero di leggi a cui riferirsi e dunque un maggior numero di reati possibili rispetto agli italiani. Si parla in questo caso di tutte le leggi sull’immigrazione che regolano ingressi, permanenze e regolarità.
  3. Il prevalere dei reati commessi dai giovani, deve essere considerato alla luce di un confronto squilibrato in quanto gli individui giovani sono una forte rappresentanza della popolazione straniera in Italia, a differenza degli italiani più giovani. Dunque occorrerebbe proporre una comparazione della frequenza dei reati per fasce di età.
  4. Infine, non si può evitare di considerare «quanto il degrado del contesto urbano e sociale di vita, la condizione di emarginazione, l’assenza di misure e strutture di sostegno per un’effettiva partecipazione alla vita collettiva siano fattori che aumentano il rischio di scivolamento nell’illegalità…» e non solo per gli individui immigrati.

 

Dai dati messi a disposizione nel Dossier, tratti dall’archivio del Sistema Informativo Interforze si è assistito a un calo determinante delle denunce e degli arresti delle persone immigrate soprattutto nel periodo pandemico, quando in conseguenza alle restrizioni dovute al lockdown, è diminuita di fatto la possibilità di compiere reati “all’aperto”

Sebbene i numeri ad essi relativi siano saliti nuovamente in seguito alla graduale riapertura verso la mobilità sociale, questi sono comunque inferiori rispetto al periodo precedente la pandemia

Questione però secondo me fondamentale, riguarda l’incidenza percentuale sulla criminalità italiana dei reati accertati degli individui stranieri: per sequestri di persona (36,2%), violenze sessuali (41,0%) e omicidi preterintenzionali (42,6%) che in termini assoluti andrebbero a costituire rispettivamente lo 0,2%, lo 0,8% e meno dello 0,1% del totale

Flussi migranti in carcere 

Come abbiamo visto e possiamo dedurre di conseguenza, ad un calo di denunce e arresti delle persone immigrate in Italia, corrisponde il calare del numero dei detenuti in carcere: rispetto al 2008 – anno in cui si registra un numero di presenze migranti ristrette più alto rispetto agli ultimi 20 anni – quando la popolazione detenuta straniera costituiva il 37,1 % del totale; a giugno del 2022 si è scesi al 31,3 %. (Fonte: Associazione Antigone

Come illustrato da Carolina Antonucci, Francesco Biondi e Carla Cangeri, nonostante diminuisca il numero dei detenuti stranieri all’interno delle carceri italiane, è in aumento il numero dei suicidi. «Al 12 agosto – 2022 – erano morte suicide negli istituti penitenziari italiani 51 persone (già salite a 59 al 2 settembre), di cui 27 (più della metà!) erano detenuti stranieri». Come tristemente noto, il numero dei suicidi in carcere non è in diminuzione.

Accesso alle misure alternative 

Nell’articolo di lunedì abbiamo cercato di spiegare in chiave narrativa cosa siano le misure alternative alla detenzione, nel Dossier Statistico sull’immigrazione del 2022 è presente la quota dei detenuti stranieri in semilibertà (16,6% rispetto al totale dei detenuti in carcere). Il numero dei detenuti stranieri in semilibertà è in aumento, notano Antonucci, Biondi e Cangeri ma è comunque basso, sono 174 persone in tutto. 

Se la concessione della semilibertà viene valutata in base al percorso rieducativo e alle razionali possibilità di reinserimento sociale del detenuto e della detenuta, spiegano gli autori: «Evidentemente per gli stranieri sussistono condizioni soggettive – tra le quali anche la debolezza delle reti sociali di riferimento – che impediscono maggiormente l’avvio di questo percorso, con tutte le conseguenze negativo a livello individuale (sul piano pratico e psicologico) e collettivo (in termini di recupero dalla marginalità a una attiva e piena partecipazione al contesto sociale».

 

Quanto riportato è solo una parte dell’importante ricerca Idos, per conoscere nel dettaglio la situazione dei migranti in Italia nell’anno appena trascorso, vi consigliamo di acquistare il Dossier Statistico sull’immigrazione del 2022 qui.

Alessia

Le misure alternative raccontate da quattro vite differenti e molto simili 

«Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».

Dall’art. 27 della Costituzione italiana

 

Nel 1975 in Italia sono state introdotte le misure alternative alla detenzione con l’obiettivo di introdurre nuove soluzioni per il raggiungimento del fine ultimo della pena previsto dalla nostra Costituzione, la rieducazione del condannato. Da definizione, le misure alternative alla detenzione o di comunità “consistono in modalità di esecuzione delle condanne diverse dalla tradizionale esecuzione della pena negli istituti penitenziari.” 

In questo articolo vogliamo ripercorrere brevemente alcune storie delle persone incontrate durante il mio percorso all’interno della Cooperativa PID, per tentare di spiegare le misure alternative da un punto di vista emico e iniziando a questo punto ad introdurre i protagonisti delle nostre narrazioni. 

Dalla strada alla casa famiglia – la detenzione domiciliare di V

I piedi del nostro V non toccano il pavimento del carcere neanche per un secondo. 

In seguito alla condanna riesce a ottenere la detenzione domiciliare e sconta la sua pena di circa due anni interamente all’interno di una struttura di accoglienza gestita da PID. Il carcere è brutto dice, è fortunato ad essere lì, nonostante passi le giornate a non fare niente e spesso non si trovi con i suoi “coinquilini”. Può uscire due ore a metà mattinata, con tutto il caldo dell’estate romana si concede delle lunghe passeggiate. Il suo problema resta il lavoro, è il suo obiettivo principale, perché chiaramente una volta uscito dalla struttura come potrà vivere? Dunque con gli educatori cerca di programmare un suo progetto di vita: dato che è vicino alla pensione, si decide che potrà rimanere per qualche mese all’interno della casa famiglia anche dopo aver ottenuto la libertà in modo da avere più tempo per trovare un lavoro, di qualsiasi tipo – afferma V – così che presto potrà badare a se stesso interamente e non restare più legato alle reti socio-assistenziali all’interno delle quali si muove già da molto tempo.

Dal carcere alla casa famiglia – la detenzione domiciliare di B

Dopo quasi venti anni di carcere, B accede alla detenzione domiciliare e sconta gli ultimi anni della sua pena all’interno di una struttura di accoglienza per persone detenute.

B percepisce la pensione ed è determinato a ricongiungersi con i suoi figli e sua moglie, la sua permanenza in casa famiglia è stata essenziale anche per questo motivo: infatti, ha avuto la possibilità di incontrare suo figlio in un ambiente diverso da quello del carcere e soprattutto ha potuto finalmente iniziare a pensare di ricostruire una vita fuori con sua moglie e sua figlia. B anche può uscire dalla struttura qualche ora la mattina e mi ha raccontato in più occasioni di aver trovato piacevoli compagnie nel quartiere con cui passare quei momenti di libertà. Uno dei suoi sogni più grandi è quello di comprare una barca a basso costo per poterla sistemare lui stesso e viaggiare con la sua famiglia nel mondo. 

Ora B è libero e sta vivendo la sua vita, spero, come lui stesso l’ha desiderata per molto.

Dal carcere alla semilibertà al carcere di nuovo

L ha passato una gran parte della sua vita in carcere, negli ultimi anni ha ottenuto la semilibertà e ha iniziato a lavorare fuori dalle mura dell’istituto per rientrarvi la sera. Con l’emergenza sanitaria Covid-19 ha avuto la possibilità di usufruire della licenza premio straordinaria che gli ha permesso di stare fuori sia giorno che notte anche se con delle misure di controllo; questa occasione per molti come lui ha rappresentato il concretarsi di un principio di vita “normale”. 

Per circa due anni è rimasto in una struttura di accoglienza gestita da PID, ma nel momento in cui – con la chiusura dell’anno 2022 – non è stata rinnovata la  misura contenuta nel decreto Cura Italia è tornato nella sua cella. Come L, sono in 700 i detenuti che sono tornati in carcere dopo aver vissuto fuori negli anni della pandemia. 

La storia di L è rappresentativa di una situazione contraddittoria e sicuramente controproducente, nel senso che porta a riflettere sul lavoro svolto da queste persone in questi anni, sulle sfide che hanno affrontato per costruirsi una realtà diversa da quella che hanno vissuto non solo in carcere, ma anche da quella della loro vita precedente alla detenzione stessa. Sfide vinte e passi avanti che inevitabilmente ora sembrano quasi vani, a chi è tornato a dormire nel buio della propria cella proprio quando sembrava riuscire a vedere la fine della sua condizione ristretta.

L continua a frequentare gli ambienti del PID nelle ore di reperibilità previste dal suo programma di trattamento, fortunatamente ha il continuo appoggio della sua famiglia e spera presto di ottenere l’affidamento in prova ai servizi sociali

Dal carcere alla semilibertà all’affidamento in prova

Ricordo quando A mi ha raccontato che dopo anni di reclusione gli è stata data l’opportunità di uscire per la prima volta in permesso premio, mi ha detto che da allora il suo percorso in carcere è cambiato molto. 

La fiducia che gli ha mostrato quel Magistrato è stato un dono prezioso, gli ha permesso di scegliere di voler vivere una vita diversa nonostante gli anni di detenzione che aveva ancora davanti. Mi ha detto che non dimenticherà mai quella persona e che per rispetto verso di lui e verso la sua fiducia ha iniziato a pensare di poter uscire un giorno e costruirsi una vita “normale”. 

Infatti A ha ottenuto la semilibertà e ha iniziato a lavorare fuori dal carcere; con l’emergenza sanitaria è riuscito ad ottenere la licenza straordinaria durante la quale ha alloggiato in una struttura di accoglienza gestita da PID. E ora è in affidamento in prova ai servizi sociali, tra meno di un anno sarà libero. 

A è riuscito ad andare al compleanno del nipote, a passare il Natale in famiglia, a riacquistare gli spazi affettivi che a lungo sono stati lontani. 

 

Le misure alternative alla detenzione possono metaforicamente rappresentare un ponte tra il dentro e il fuori. Gli individui che riescono ad accedere all’alternativa del carcere hanno modo di recuperare più in fretta e con più efficacia il rapporto con un ambiente saturo di stimoli, re-imparare a dargli significato e concretamente iniziare un nuovo percorso di vita.

Per conoscere nel dettaglio le misure alternative vi consigliamo di leggere direttamente il testo della Legge 26 luglio 1975 n. 354

 

Alessia Massaroni