Cooperativa sociale che offre servizi di ascolto, orientamento, formazione, accoglienza rivolti a detenuti/e, ex detenuti/e e persone che vivono in condizione di disagio sociale.

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I pregiudizi sull’educatore “maschio”

Andrea

Durante la mia attività lavorativa di educatore professionale spesso mi sono trovato a confrontarmi con una serie di pregiudizi di genere, dovuti al fatto che ad alcuni sembra  “strano” e non “normale” il fatto che un uomo svolga compiti educativi e che abbiano attinenza con il “prendersi cura”.

Il mio lavoro si è incentrato maggiormente su un target adulto, avendo lavorato principalmente con persone incorse in reato e provenienti da contesti di marginalità sociale. Sia lavorando in carcere (dove la figura preposta al ruolo educativo viene declinata quasi esclusivamente al femminile) che nelle strutture di accoglienza per detenut* ed ex-detenut* mi sono trovato quasi sempre ad essere l’unico elemento maschile nel’equipe di lavoro.  Anche durante il percorso universitario mi sono quasi sempre confrontato esclusivamente con colleghe di sesso femminile, con ciò toccando con mano un pregiudizio di fondo che condiziona evidentemente anche la scelta del percorso formativo.

Nella costruzione di un rapporto educativo proficuo tra educatore ed educando è opportuno sgombrare il campo fin da subito da tutto ciò che riguarda pregiudizio (da entrambe le figure in gioco) e concentrarsi sulla creazione di un rapporto di fiducia, che deve guidare ed essere da base del rapporto educativo in costruzione. Muovendomi nel mondo della detenzione, dove più del 95% delle persone sottoposte a restrizione della libertà personale sono di sesso maschile, ho sperimentato spesso una grande differenza di approccio da parte dell’utenza verso la mia figura rispetto alle mie colleghe. In molti casi, il detenuto di sesso maschile è abituato, fin dal suo ingresso in carcere, all’interazione con personale civile principalmente di sesso femminile. Questo porta, durante la costruzione del rapporto educativo con un educatore maschio, ad un’iniziale diffidenza.

Per questo il mio obiettivo iniziale, nella costruzione di una relazione educativa, spesso è l’abbattimento delle barriere e la conquista di una piena fiducia professionale da parte dell’utenza. Successivamente la competenza che entra in gioco è l’empatia e la capacità di saper dare una risposta ai bisogni degli utenti. Su questo piano riesco ad essere efficace, dimostrando che l’empatia non è, come lo stereotipo di genere vuole, una competenza esclusivamente femminile. Osservando il lavoro delle mie colleghe, e come l’utenza maschile interagisce con loro, ho notato che una grande difficoltà iniziale,nella costruzione del rapporto educativo con un nuovo utente, sta nel farsi accettare professionalmente e non semplicemente in quanto donna. 

Sono pur sempre persone deprivate sessualmente, che vivono in condizioni di segregazione, per cui non è scontato che da subito avviino una relazione educativa seria, in quanto spesso viene inquinata da tentativi di approccio “altri”. In alcune situazioni proprio l’essere un uomo ha facilitato il mio lavoro, soprattutto in carcere, nell’interazione con persone provenienti da “culture tradizionali” (spesso di religione islamica), che invece avevano delle difficoltà ad interagire e raccontarsi con le mie colleghe, dato il diverso rapporto uomo-donna nelle differenti culture che si traduceva nella difficoltà di interagire e di riconoscere l’autorevolezza di figure femminili.

Quindi sempre di stereotipi di genere si tratta!

Un altro ambito educativo dove lo stereotipo di genere è duro a morire lo ritroviamo specialmente in quei contesti dove entra in gioco la forza fisica: in caso di utenti/pazienti che hanno bisogno di essere contenuti o gestiti in maniera più fisica si invoca spesso la necessità di avere operatori maschi, associando con ciò l’essere maschio con l’esercizio della forza. Questo, nonostante la richiesta venga dal mondo del lavoro, inizialmente potrebbe sembrare un’apertura e un cambio di rotta nella percezione del ruolo educativo come tendenzialmente appannaggio di operatrici di sesso femminile, in realtà, sottolineando e rimarcando gli stereotipi di genere, rinforza la netta distinzione dei ruoli educativi: le donne per la cura e gli uomini per l’utilizzo della forza

Ovviamente il mio breve scritto vuole essere semplicemente una testimonianza di come gli stereotipi di genere siano molto presenti nel lavoro educativo, di come essi siano una variabile che va sicuramente tenuta in considerazione quando si imposta un progetto educativo, e di come essi vadano innanzitutto individuati, esplicitati e quindi gestiti, così da diventare degli strumenti da utilizzare per rendere più proficuo ed efficace il nostro lavoro.

Guardare il mondo da un balcone

Il primo incontro con E sul balcone della struttura è stato decisivo per scegliere l’argomento di questo articolo. E ci racconta come, osservando le persone che passano per la strada, nascono le riflessioni più stimolanti. 

Osservare la vita degli altri dal balcone, è proprio vero, ti lascia delle riflessioni importanti: ti permette di vedere la vita da molti punti di vista. Ragionamenti che ti fanno vedere la vita in diverse dimensioni, le quali spesso ti fanno salire la rabbia per delle situazioni ingiuste che si osservano.

Vedo spesso qui sotto passare una donna, una signora anche molto anziana che rovista nella spazzatura. Penso ci voglia veramente una bella forza d’animo per scendere al gradino più basso della dignità a rovistare nella spazzatura per cercare del cibo.

Vedo anche gente giovane a rovistare nella spazzatura. Dov’è la realizzazione di una persona? Io non lo capisco. 

Le condizioni di lavoro e gli stipendi dei giovani sono abbastanza dignitosi per permettere a un giovane che non ha una famiglia di vivere, non di sopravvivere?

E per tutti quei giovani che passano gli anni a studiare, anche con risultati eccellenti, che si ritrovano poi a lavorare come camerieri? 

Si aprono dentro di me una serie infinita di pensieri sulle condizioni dell’uomo nella società contemporanea che spesso non trovano risvolti. 

La vita di per sé è un sacrificio continuo, il sacrificio serve sempre per modificare in meglio la propria vita. 

Oggi quando io sono sul balcone mi guardo intorno e vedo le case, le famiglie di persone benestanti e i ragazzini che si divertono per la strada la sera: vedo la spensieratezza, con poca consapevolezza delle realtà di disagio che esistono concretamente nella nostra società. Se mi sposto in un altro quartiere diverso però noto una realtà molto differente rispetto a questa. 

E allora quello che sul balcone mi fa riflettere principalmente sono le contraddizioni della vita sociale

Tutti siamo esseri umani però non è vero, noi abbiamo classificato le persone in base all’utile che rappresentano. 

Lasciare sempre aperta la porta della diffidenza nei confronti dell’altro mi sembra importante, è quello che consiglio spesso ai miei figli: un meccanismo di difesa fittizio perché pensi di proteggere te stesso in questo modo ma di fatto non succede.

Quando sei in una situazione di obbligo gli sforzi dovrebbero essere sempre più intensi per cercare di rendere meno pesanti le contraddizioni della vita sociale e per farlo è importante sempre la conversazione tra gli individui.

Diametralmente opposto all’episodio della vecchietta che raccoglieva la spazzatura, il quale va ad evidenziare una problematica radicata nel profondo del nostro paese, c’è l’espressione dell’umanità che si cura della propria comunità nella figura della “signora ecologica”.

Una donna che passa sotto il balcone della struttura e pulisce la strada dall’immondizia. Un gesto nobile che ti fa ragionare: una differenza sostanziale rispetto a molte altre persone che si vedono passare e buttare le cose in ogni posto, senza avere cura di nulla. 

Penso che la signora voglia giustamente mantenere un certo decoro urbano e potrebbe essere considerata proprio nel ruolo del buon cittadino, un ruolo marginale se si pensa al menefreghismo che regna nella società di oggi.

Quello che fa la signora ecologica dovrebbe rappresentare un esempio per tutti su come ci si deve comportare nelle città italiane, perché chiaramente in altri posti del mondo la situazione cambia e non poco, ma questa rimane un’utopia

Noi siamo consapevoli di ciò che ci circonda ma siamo abituati a questo: è una questione culturale. Non cambierà nulla dunque, finché non verranno predisposte delle strutture, messe in atto delle strategie per sensibilizzare ed educare le persone a vivere in società

LE PAROLE DI E

Tirocinio all’interno di una struttura di accoglienza per detenuti: in che senso?

È sempre divertente dire alle persone che ho svolto il tirocinio con la Cooperativa PID dentro una struttura di accoglienza per persone detenute e/o ex detenute. Le facce dei miei interlocutori si colorano spesso di domande che non riescono a essere formulate per paura di risultare insensibili o ignoranti: più o meno la stessa cosa di quando dico che studio antropologia.

Non è pericoloso? Ma quindi significa che stanno agli arresti? Vabbè ma mica hanno fatto cose gravi altrimenti non te li facevano vede’, no? Scusa eh, questi stanno dentro ‘na casa a fa’ che? E tu che fai, ma perchè?  

Il mio perché nasce da molto lontano, ero appena una teenager – potremmo dire – quando mia sorella che era alle scuole superiori torna a casa con il saggio di Beccaria “Dei delitti e delle pene” e inizia a spiegarmi quanto fosse ingiusta la pena di morte.

Negli anni, il mio interesse per le marginalità sociali, le ragioni che ne sono la base, le dinamiche culturali che le alimentano, le simbologie attraverso cui esse sono rappresentate nella quotidianità di tutti è andato costruendosi attorno alla mia persona: io ho fatto spazio a quella voce che ha iniziato a spingere sempre più forte una volta avvenuto il reale contatto con le persone prese in carico dalla Cooperativa.

Mi sembra quindi essenziale ripercorrere insieme i passi che ci hanno portato a scegliere di realizzare questo blog, introducendo con questo articolo un’esperienza totalmente soggettiva dell’incontro tra una studentessa, due educatori e sei persone che Passo dopo Passo si apprestano ad abbracciare una società nuova, diversa da come l’avevano lasciata. 

Gradualmente 

Quando per la prima volta ho aperto il portone di casa, la luce del sole mi ha accolto. Non è una costruzione meramente letteraria, perché effettivamente succede ogni volta: tutto il corridoio che attraversa orizzontalmente lo spazio che ti si presenta davanti si irradia. 

E all’inizio non senti neanche un rumore. 

Sono da subito entrata in una dimensione altra, l’ho sentita sulla pelle che lasciavo fuori da quella porta, abbandonando la persona che pensavo di dover essere, mettendo tutto il mio centro nelle mani di chi sapevo avrei presto incontrato.  

Il primo giorno non ho conosciuto nessuno degli ospiti: sono andata subito in ufficio da Francesco, l’educatore in turno con il quale ho iniziato il percorso dentro la struttura.

Un po’ alla volta, in base agli impegni di tutti e le disponibilità, ci siamo pian piano lasciati conoscere, più di quanto avrei mai potuto pensare. 

James Clifford ne “Scrivere le culture. Poetiche e politiche dell’etnografia.” presenta il lavoro di Richard Price del 1983 “First-Time: The Historical Vision of an Afro-American People.” per illustrare un parallelismo fondamentale tra la modalità di trasmissione del sapere orale attraverso i racconti saramaka e la conoscenza parziale dell’etnografo del campo. Il paradosso individuato da Price durante la sua ricerca sta nel fatto che ⟪qualsiasi racconto saramaka […] rivelerà solo una piccola parte di quello che il narratore sa dell’evento che narra.⟫  

Il motivo che muove questo principio del Primo-Tempo si ritrova in una più ampia concezione della conoscenza del tale evento o sapere, in quanto essa deve essere graduale, deve cioè crescere un po’ alla volta e dunque ⟪l’oratore rivela di proposito ai suoi uditori solo un po’ di più di quello che ritiene già sappiano.⟫

Questo tipo di gradualità nella conoscenza del sapere saramaka accompagna l’etnografo nella consapevolezza dell’impossibilità, sia sua che dei singoli individui appartenenti alla data cultura, di ottenere un corpus “completo” del sapere del Primo-Tempo.

Ed è questa consapevolezza che accompagna ogni giorno il mio stesso rapporto con i protagonisti delle storie che andremo a raccontare. 

A guidare inizialmente la mia conoscenza degli ospiti sono gli educatori, Francesco e Livia che come il narratore saramaka fanno da filtro permettendomi di addentrarmi nelle trame della struttura di accoglienza: intenzionalmente tracciando una scala immaginaria di conoscenza per non farmi travolgere dalla realtà per intero ma conducendomi verso una graduale consapevolezza delle parti che la componevano, delle loro storie e delle loro scelte che su un piano strettamente morale non rispecchiano il tipo comune di persona con cui si è soliti entrare in contatto. 

Gradualmente le persone incontrate in questo percorso hanno scelto di raccontarsi e proprio per questo ci è sembrato importante strutturare i tempi di condivisione con la stessa ottica del Primo-Tempo: narrazioni parziali del sapere completo, un passo dopo l’altro, un articolo per volta.

Una struttura di accoglienza socio-assistenziale in favore di persone condannate e/o ex detenute

Inoltre, il concetto della gradualità ai fini della reintegrazione nella società civile è stato uno dei primi che la Cooperativa mi ha insegnato, anche in relazione al lavoro stesso degli educatori e più in generale dei percorsi degli utenti del PID, in quanto volti entrambi al graduale reinserimento sociale dei secondi.

Voglio spiegarvi il senso di questo concetto come l’ha fatto con me Francesco: avete presente quando da ragazzini ad un certo punto si è deciso di darvi le chiavi di casa? Ecco questo perché, al di là della necessità del possedere quelle chiavi, prima è stata testata la vostra puntualità al rientro e la stessa costanza nell’essere puntuali e diciamo così, nel dimostrarvi affidabili avete ottenuto la responsabilità di custodire le chiavi di casa. 

Cosa succede in una casa famiglia per detenuti o ex detenuti?

Le prestazioni offerte all’interno delle strutture gestite dalla Cooperativa PID sono volte alla reintegrazione nella società civile della persona ristretta

Lo scopo dell’accoglienza è quello di aiutare le persone con disagio a superare problematiche ed emergenze; sostenere e costruire insieme a loro il percorso volto al recupero di autonomia, opportunità, socializzazione e competenze. Per questo, viene impostata attraverso una modalità olistica che prevede da una parte semplicità familiare, dall’altra la consapevolezza professionale degli operatori nel confronto quotidiano delle problematiche degli ospiti. 

Il rapporto educatore-ospite si legge nelle trame di un sostegno concreto e doppio, nel senso che è costantemente caratterizzato dalla piena disponibilità dei primi e del loro sempre alto grado di attenzione alla qualità degli interventi.

Alessia Massaroni