Cooperativa sociale che offre servizi di ascolto, orientamento, formazione, accoglienza rivolti a detenuti/e, ex detenuti/e e persone che vivono in condizione di disagio sociale.

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Esperienze ristrette: il ciclo in carcere

Un ricordo recente, quello di Rosaria, una signora di 52 anni ospite all’interno di una struttura di accoglienza romana per persone detenute in misura penale esterna o ex detenute. Abbiamo incontrato Rosaria quasi un mese fa e ha partecipato volentieri al progetto Assorbire il cambiamento che – come ormai saprete – prevede oltre alla donazione di assorbenti per il carcere e le persone detenute nelle strutture di accoglienza, questa raccolta di preziose testimonianze che ci rendono possibile andare oltre le alte mura degli istituti penitenziari e ascoltare, o in questo caso leggere, come vivono il ciclo mestruale le persone ristrette.

 

Qualche tempo fa sui nostri canali social già abbiamo letto una piccola parte dell’intervista fatta a Rosaria

«Chi prende terapia gli scende proprio che è ‘na bellezza eh, per gli anticoagulanti. Dicevano “mamma mia c’ho tutto sto ciclo”, queste se spaventavano… Perché non sapevano, erano ignare. Poi se fai uso di dr0g4, ehhh! Se fai quello ti si riduce, e tante lo fanno pure per questo, perché non sopportano … e invece quando vengono monitorate con la terapia, tutto ‘sto sangue … Tante dovevano cambiare spesso le lenzuola perché avevano ‘sto problema. E quindi c’è chi soffre di più e chi di meno.»

E ancora, riguardo ai farmaci:

«Io per esempio sono stata una che quando sono entrata (47 anni nel 2019) avevo il flusso abbondante, ce l’ho sempre avuto abbondante e prendevo una medicina a base di penicillina. Un antinfiammatorio buono per le ossa, per il mal di schiena e pure perché riduce il flusso mestruale. […] Poi me s’è regolarizzato molto con la maternità e non l’ho preso più. Lì me davano… quello che avevano. Brufen, Oki, Buscofen … E io me prendevo quello che potevo insomma, quello che tolleravo insomma perché l’oki non lo tollero, me se mette sullo stomaco. Poi una volta, non riuscendo con questi […] mi diedero l’Ugurol che è un riduttore, so goccette che te danno. ‘Na volta, due, tre e quello me disse, l’infermiere che stava là, “ma che stai andà in menopausa?”. “No io so proprio così” – gli ho fatto – “C’ho la mia medicina che mi dovrei far prescrivere”. Dice “Ok” e quindi me diede sta cosa qua.»

Oggi riporteremo il più fedelmente possibile, il suo racconto riguardo:

  1. Il ruolo da spesina in carcere – la farmacia;
  2. “La gioia nel cuore” delle persone detenute per le donazioni ricevute;
  3. Richiedere le visite specialistiche in condizioni ristrette.
ROSARIA 

Il ruolo da spesina in carcere – la farmacia

Allora, io vi posso assicurare – dato che ho fatto la spesina per tre anni all’interno della sezione *** – davano 1 pacchetto o al massimo 2 pacchetti di assorbenti a detenuta, quando avevano la possibilità, altrimenti si compravano. Venivano da me e li acquistavano.

A. «Quindi al sopravvitto?»

Sì, tante richiedevano gli assorbenti perché stavano più comode, rispetto a quelli che passavano. Poi, da me prendevano quelli interni, i tampax, ci stavano i regular e quelli più abbondanti. 

A. «E a livello di costi?»

Eh, dei costi… dovrei pure avere la lista da parte. Comunque… costicchiavano. Stavano dai 3 euro in su, alcuni pure molto di più. Mo’ non vorrei esagera’, non me ricordo esattamente l’importo, però quello era. E quindi apprezzavano quando glieli donavano, tante volte andavano a chiedere pure alle suore, chiedevano alle associazioni… è normale. Perché poi c’erano quelle che stavano col flusso abbondante, chiaramente.

Quando c’era la farmacia, alla prima e alla terza settimana del mese – ancora me ricordo – si facevano le domandine per i farmaci – su richiesta poi della dottoressa o del dottore che ti doveva mettere in visita a seconda del giorno del piano in cui stavi. Ti facevano la prescrizione, la visita, quello che è. Però insomma si dovevano imporre, ad esempio se volevano una specifica medicina, dicevano:“No, perché io lo so che questo qua lo usavo già da fuori, me va bene e voglio questo qua non voglio cambia’”. Allora arrivava questa medicina. Le pagavano a loro spese.

Se invece dovevano farsi portare le medicine dai parenti, da fuori, dovevano fare ulteriori richieste per farle entra’ e tutto quanto. 

Ne facevo tante. Molte chiedevano le vitamine, chiedevano il multicentrum e soprattutto le ragazze nere se sentivano scoperte, non coperte, poco tutelate.

Tutte, tutte se lamentano, chi pe’ na cosa, chi pe’ n’altra.

“La gioia nel cuore” delle persone detenute per le donazioni ricevute

Vi dirò di più: quando venivano co’ i carrelli perché le associazioni, come Sant’Egidio, mandavano che ne so, du pacchetti di caffè coi biscotti… I biscotti di quelli che dentro non ce stanno, tipo batticuore, pandistelle… C’era una felicità immensa che sembrava chissà che cosa avevano ricevuto. C’era una gioia veramente nel cuore. 

Te portavano tante cose, anche i reggiseni magari di un colore differente a quello che avresti voluto ma il modello quello è. Le pantofole, io ancora ho quelle di S.E., è ‘na gioia immensa… Partiva lo scambio, “A te de che colore te l’hanno dato?”. Addirittura tanti fanno i pacchi, li mandano in uscita per i propri parenti, per i nipoti, per i figli. Hanno portato, mi ricordo, le magliette della Lazio, della Roma, le tute quelle svasate fatte a campana, i pigiami… Tutte contente, tutte entusiaste, quindi sposano bene l’idea. Non se sentono abbandonate, dicono “Ah menomale c’è qualcuno che ce pensa.” E quindi sono contente di questo.

A. «Certo, e le donazioni di assorbenti invece, sono mai arrivate?»

Sì. Vengono, vengono. Fanno delle consegne a parte magari, quando l’assistente lo richiede, perché a volte è successo che mettono dentro anche spazzolini, dentifricio, i prodotti igienici diciamo. Li mettono dentro una saletta e poi quando decidono li consegnano.

Volevo di’, del fatto degli assorbenti, in genere li consegnavano col cambio delle lenzuola, il martedì se faceva il cambio delle lenzuola ‘na volta a settimana. Poi vabbé saltava qualche volta, ad esempio per il fatto del Covid oppure quando c’è stata la scabbia. Però, se c’eraportavano nel carrello la fornitura, la cosiddetta fornitura cioè:

  • Quattro rotoli di cartaigienica per uno;
  • Due pacchetti di assorbenti; 
  • Una saponetta.

E ste cose qua.

Vi dico che prima che uscissi dalla sezione a settembre, gli assorbenti, i vestiti, i prodotti di igiene in generale venivano consegnati solo alle nuove giunte, alle altre no. E se sapevano, a maggior ragione che eri lavorante, ti obiettavano la cosa perché dicevano che non potevi prendere una cosa che toglievi ad altre che non lavorano e che non potevano permettersi di comprarla. Quindi i materiali rimangono là anche per un nuovo arresto, una nuova giunta. La formula era questa e s’è mantenuta diciamo fino a poco fa, poi mo’ non lo so. Da settembre non so se hanno cambiato qualcosa. Perché poi ho notato pure che cambia direzione, cambiano consegne, cambiano regole, cambiano tante cose… ma qui entriamo in un altro discorso.

Richiedere le visite specialistiche in condizioni ristrette

Ho fatto caso che chi fuma, gli si ostruisce diciamo le vene perché l’ossigeno non passa… cioè il sangue non si coagula nella maniera corretta e risente molto di più dei dolori mestruali.  Oltretutto, incide anche la quantità di acqua che bevi acqua, il fatto che te mangi gli insaccati, il fatto che te mangi i latticini… Io lo dico sempre a ste ragazzette di non mangia’ sta roba, per un mese e di fare la prova. Perché ti devi conoscere, devi imparare a capire cosa ti fa bene, cosa ti fa male e poi te incanali… E te dai un equilibrio, na cosa. 

A. Trovi il giusto rapporto col tuo corpo?

Brava! E allora poi dopo non te stai a lamentà che vai dal dottore “Ah, c’ho quello, c’ho questo, non so che ho fatto…” Anche perché, la ginecologa lì veniva di rado, veniva… a volte vengono. All’inizio venivano chiamate dopo tre mesi, tante se lamentavano. Ultimamente venivano più spesso. Chiamavano spesso il dermatologo che non c’era sempre. Si chiedeva del dentista, di un odontotecnico… sono queste le visite specialistiche più richieste. Poi tra l’altro quando io sono entrata nel 2019 ci fu la campagna per la sensibilizzazione del cancro seno, per le varie cose dei denti… Ci hanno portato alla parte del carcere adibita e ci hanno fatto le visite. Però non passano spesso. Anzi, la detenuta chiede e cerca, però sono gli assistenti, tra virgolette i capi insomma, i sovraintendenti, gli ispettori… che il più delle volte te dicono “Eh devi aspettà, mettite in lista.” Un po’ così…

“Quanto ne sai del ciclo mestruale?” – Le risposte degli uomini cis

“Quanto ne sai del ciclo mestruale?” è il piccolo questionario che  nasce dalla curiosità di sapere quanto conoscono gli uomini cis dell’esprienza delle mestruazioni.

Disclaimer necessario: Per questioni tecniche, abbiamo scelto una quantità minima di soggetti che ci rendiamo conto che non può  rappresentare un campione significativo. La nostra breve analisi dei dati per tanto non vuole produrre generalizzazioni di alcun tipo ma solamente riportare le risposte ottenute.

La scorsa settimana abbiamo riportato sui nostri canali Facebook e Instagram un carosello riassuntivo di alcune delle risposte ricevute. Come promesso, oggi approfondiremo qui i riscontri ottenuti dalle domande aperte:

  1. Secondo te cosa si può fare e non fare durante le mestruazioni?
  2. Quanto pensi influisca il ciclo sulla vita delle persone con utero?
  3. Se dovessi essere padre come spiegheresti a tua figlia il ciclo mestruale?

Secondo te cosa si può fare e non fare durante le mestruazioni?

Alcuni esempi

Tutto o quasi:

  • Non si può fare pipì in mare, si può fare tutto.
  • In teoria si può fare tutto.

Dipende è soggettivo:

  • Credo sia un fenomeno davvero soggettivo, conosco persone che con il ciclo non escono di casa e altre che comunque vanno ad allenarsi in piscina, dunque non saprei, non so se c’è qualche pratica che è proprio non sicura da svolgere durante il periodo delle mestruazioni.
  • Sicuramente non si può donare il sangue durante le mestruazioni in quanto ci sono già ingenti perdite di sangue. Bisogna stare attente alle variazioni drastiche di temperature, quindi fare attenzione se si va al mare per esempio o entrare in sauna. Tendenzialmente credo che le attività normali giornaliere possono essere svolte nella loro totalità.

Risposte che prevedono avere rapporti sessuali e la gravidanza:

  • Non si può (o comunque è consigliabile) non fare sport, o attività estremamente impegnative dal punto di vista fisico. Si può ovviamente fare sesso.
  • (Non si può) Rimanere incinta. Poi, da quanto dicono le pubblicità, con i tamponi ed assorbenti moderni si può fare di tutto senza rischio di perdite.
  • Si può fare tutto con le giuste accortezze e dolori permettendo. L’unica cosa che è quasi impossibile è rimanere incinta anche se c’è una piccola probabilità.
  • Sì al sesso. No, salvare una città.

Fare il bagno:

  • Sicuramente non il bagno.

Facciamo chiarezza

“Non si può donare il sangue durante le mestruazioni”.

Tra i tanti falsi miti sul ciclo mestruale, c’è quello relativo alla donazione del sangue. Dal sito dell’AVIS leggiamo infatti che «Non è formalmente prevista una sospensione dalla donazione di sangue intero durante la fase mestruale».

Tuttavia, non è sempre possibile donare il sangue durante le mestruazioni. Dipende dalle condizioni delle singole persone, non sono tanto le perdite consistenti ad essere un ostacolo, quanto i parametri ematologici e lo stato di salute del soggetto donatore. Per cui è consigliabile valutare la possibilità di donazione caso per caso.

“Non si può rimanere incinta”

Attenzione! Questo è un falso mito sul ciclo mestruale possibilmente pericoloso. Non possiamo dire che è impossibile rimanere incinta durante le mestruazioni, anche se la probabilità è comunque molto bassa. Da ISSalute riportiamo: «Gli spermatozoi possono infatti sopravvivere nelle vie genitali femminili fino ad 1 settimana dopo il rapporto, mantenendo per tutto questo tempo la capacità di fecondare l’ovulo al momento dell’ovulazione».

Quanto pensi influisca il ciclo sulla vita delle persone con utero?

Alcuni esempi

Abbastanza/Mediamente:

  • Penso che, dalle esperienze che mi sono state raccontate, i dolori, il dover stare attenti alle perdite e al cambiare gli assorbenti abbia un’influenza abbastanza importante sulla vita di chi ha un utero.
  • Penso influisca abbastanza. Già il cambiamento ormonale penso che influenzi a livello emotivo e mentale.

Poco:

  • Ma persone con utero intendete le donne? Fa un po’ ridere chiamarle “persone con utero” a meno che non si possa impiantare un utero su individui di sesso maschile. Ad ogni modo a livello fisico non credo influisca.
  • Sicuramente non è piacevole, ma per me influisce poco.

Dipende, è soggettivo:

  • Dipende dalla condizione sociale.
  • Dipende da come la vivono. Per qualcuna può essere solo un doversi prendere cura della propria igiene ecc. Per altre che magari la vivono come un tabù o qualcosa di cui vergognarsi potrebbe essere davvero complesso da gestire.
  • Lo usano per saltare educazione fisica.

Molto:

  • Influisce tanto quanto influisce la rasatura nelle persone con barba: è una rottura!
  • Beh è una bella rottura di scatole, condiziona molto nel quotidiano.

Facciamo chiarezza e riflettiamo

Sicuramente il ciclo ha una valenza importante durante la vita di una persona con utero, il grado d’intensità è però soggettivo. I fattori da considerare sono certo molteplici. Non so quanto sia possibile paragonarlo alla rasatura della barba, che pur essendo un’attività che insorge forse quantitativamente più volte nella vita di un individuo, non comporta i dolori dei crampi mestruali, i disagi degli sbalzi ormonali e le difficoltà personali legati a sedimentati tabù culturali che portano tante persone ancora oggi a non parlare del ciclo, o magari a parlarne poco, o ancora a nascondere gli assorbenti come fossero merci proibite (soprattutto in presenza di soggettività maschili).

Per quanto riguarda la riflessione sulle “condizioni sociali” di una persona con utero che si trova ad affrontare ogni mese all’insorgere delle mestruazioni, non possiamo ignorare il peso economico che una necessità fisiologica comporta. Da gennaio 2024 in Italia abbiamo visto raddoppiare l’IVA su prodotti igienici come assorbenti e pannolini. Il passaggio dal 5% al 10% rappresenta un carico significativo: «ogni anno una donna in età fertile spende in media in Italia tra i 130 e i 150 euro per gli assorbenti. Con il nuovo aumento dell’Iva, l’imposta peserà in media per 15 euro all’anno, ovvero circa 7,5 euro in più rispetto allo scorso anno, quando era al 5%». (Fonte: Quotidiano nazionale, Economia)

Riguardo alla domanda “Ma persone con utero intendete le donne?” Rispondiamo che è importante parlare di persone con utero e non di donne perché anche gli uomini trans e le persone non binarie hanno il ciclo mestruale e non tutte le donne lo hanno. L’accesso alle informazioni e ai mezzi necessari per l’igiene mestruale deve essere un diritto di tutte le persone.

Se dovessi essere padre come spiegheresti a tua figlia il ciclo mestruale?

Alcuni esempi

Non lo so/Risposte non pervenute:

  • Non sarò mai padre.
  • Credo che improvviserei, la verità è che non lo so

Con tranquillità, è una funzione fisiologica naturale:

  • Che è una cosa normale, e fa parte del ciclo naturale della vita. Per poi prenderla in giro poiché in quanto uomo il massimo di scocciatura che avrò e radermi ogni mattina.
  • Ti uscirà il sangue.
  • Penso di essere il più sincero possibile su ciò che è e sulla funzione che ha, ricordando però che essendo un uomo non posso comprendere al 100% che tipo di esperienza sia e cosa comporta.

Chiedi alla mamma/un’altra donna:

  • Lo spiegherei insieme a mia moglie, intervenendo nella discussione solo quando mia figlia me lo richiederebbe.
  • È normale, fa parte della crescita, vuoi saperne di più dici? Aspetta, caraaaaaa!
  • Preferirei che a spiegarglielo fosse un’altra donna.
  • Succederà quello che succede a tua madre.

*usiamo qui donna e non persona con utero in riferimento alle risposte date.

Spiegoni scientifici/Video/Documentazione/Ginecolog3:

  • Mi documenterei e lo farei con dolcezza e senza considerarlo un tabù.
  • La porterei da una ginecologa.
  • In modo tecnico probabilmente dicendole che se i suoi ovuli non vengono fecondati al termine di ogni ovulazione il suo corpo si libererà del materiale in eccesso. E le direi che è perfettamente normale avere piccoli dolori o mal di testa o sentirsi stanchi.
  • Con dei video.

Riflettiamo

Riguardo ai risultati emersi su quest’ultima domanda dobbiamo dire che ci aspettavamo inizialmente un numero maggiore di risposte che prevedono di scaricare un po’ o del tutto la “responsabilità genitoriale” di informare dell’imminente e inevitabile arrivo delle mestruazioni nella sua vita alla figura materna o altre figure femminili. Abbiamo notato invece che le risposte in questo senso sono state relativamente poche (10 su 50), o comunque inferiori al numero prefigurato.

Piacevole sorpresa è stata inoltre leggere le risposte che fanno emergere la volontà di informarsi in modo consapevole e di illustrare “dolcemente” cosa comporta il ciclo mestruale per le persone con utero a eventuali giovan3 figl3, accompagnando magari la propria spiegazione a quella di specialist3 del settore o di video istruttivi.

Siamo complessivamente soddisfatt3 per le risposte ricevute, per la partecipazione riscontrata e le riflessioni mosse intorno all’argomento del ciclo mestruale. Anche questa attività concorre agli obiettivi prefissati dal progetto “Assorbire il cambiamento” che prevede:

  • La campagna di raccolta assorbenti per il carcere, iniziata due anni fa, con la collaborazione di altre realtà del terzo settore romano, quest’anno prende il via sotto nuove vesti grazie al progetto “Assorbire il cambiamento”, a sua volta parte del più ampio progetto “POSTER. Pratiche oltre gli stereotipi”.
  • Laboratori e incontri all’interno di Istituti femminili per promuovere maggiore consapevolezza sulle tematiche riguardanti il ciclo mestruale e la conoscenza dei “nuovi” prodotti igienico sanitari più ecologici quali coppetta, slip e mutande assorbenti.

L’obiettivo è quello di portare un beneficio concreto alle persone recluse grazie alla donazione di materiali sanitari, di accendere l’attenzione della società, delle istituzioni e della cittadinanza sulla condizione delle donne recluse, nonché di raggiungere un cambiamento sistemico della questione affrontata.

Costruzioni di genere attraverso due piani della realtà: tra mito e storia

Il corpo della donna e l’utero infame

Nel pieno dell’iniziativa che muove il progetto “Assorbire il cambiamento”, sono impegnata a districarmi tra le parole da comunicare sul blog e le tante ascoltate all’università e sembra che il modo migliore per riuscirci sia lasciar che le due realtà si incontrino. Oggi cercherò di produrre una connessione e parlarvi di alcune prospettive antropologiche sulle categorie di genere, ma con leggerezza. O almeno con più leggerezza possibile, considerando che parleremo del mito teogonico di Esiodo

Perché partire da così lontano? Perché mi piace “fare il giro lungo”… o forse perché per quanto distante, il mito – ordinatore logico della realtà – ci fa quasi sorridere per la potente evidenza delle basi costitutive di alcune nostre, diciamo così, categorie socio-identitarie come, ad esempio, quelle di genere

Il mito può essere osservato dal punto di vista del ruolo che ricopre in una cultura data, quello del dispositivo collettivo attivo di ordinatore logico del caos, in senso sia cosmologico che sociale. Un cosmo che si organizza secondo un equilibrio tra il femminile e il maschile e che attraverso le narrazioni della meta realtà del mito, assolve alla funzione di mettere ordine tra generi e generazioni, disciplinando le relazioni e le identità, collettive e individuali. 

Il mito teogonico di Esiodo

Andiamo al principio. Esiodo racconta che al principio c’era il Caos, poi Gaia (Terra) che tutto mette al mondo. 

La narrazione del mito prende avvio da un’entità associata alle istanze del femminile che senza alcun bisogno di una seconda parte compie l’atto di generazione e dà alla vita dei figli, la prima generazione teogonica: Urano (il Cielo), Ponto (il Mare) e la Montagna. L’unione con Urano permette di osservare alla nascita – nel mito – di una figura controversa, quella del padre

Urano colto da un sentimento di odio nei confronti dei suoi figli, li costipa nel ventre materno: li costringe al suo interno senza farli nascere mai del tutto. A questo punto, Gaia complicizza con uno dei suoi figli, Crono (Tempo): gli consegna una falcetta con la quale il figlio evira il padre dal ventre della madre, liberando se stesso e i suoi fratelli (la seconda generazione teogonica). 

Crono e sua sorella Rea concepiscono la terza generazione teogonica che non ha avuto proprio modo di farsi venire i daddy issues perché divorati dal padre subito subito.

Per dirla meglio, Crono – che ha evirato il padre – in prima persona ha sperimentato il rischio di un padre “tradito” da suo figlio, quindi esorcizza quel pericolo (insito, iniziamo a notare, nel ventre femminile della madre). 

Dal canto suo, Rea anche aveva l’esempio di quel che un padre poteva fare ai suoi figli e riesce a nascondere dalla macabra abbuffata del fratello-sposo un figlio, Zeus. Ci sembra ora ovvio a questo punto il destino di Crono: evirazione da parte dell’unico figlio rimasto.

Diciamocelo, come poteva uscire Zeus da una storia famigliare così disastrata? 

Zeus fa di Era la sua sposa ufficiale e nel mentre va a spargere il suo seme un po’ ovunque, anche tra le figure di donne non divine, come Meti e Semele. Ed è qui che compie il reale passo di rottura con i tristi epiloghi delle storie dei padri divini: dopo aver concepito i suoi figli, Zeus li espianta dai ventri materni e li incista nel proprio corpo. 

Dall’unione con Metis e dal cranio di Zeus nasce Atena,  dea della saggezza e della memoria. Nata guerriera in difesa del padre e della polis, non conosce ventre materno ed è lontana della madre. Atena stessa non vuole avere figli. 

Dall’unione con Semele e dalla coscia di Zeus nasce Dioniso, dio del vino, dell’ebbrezza e dell’estasi. Divinità nella quale si annida il principio degli opposti e attraverso il quale si celebra il caos. 

L’equilibrio di genere non è definito attraverso le due figure di Atena e Dioniso, la prima femmina con caratteri esplicitamente maschili, l’altro “ibrido”, sia maschio che femmina.  

Entrambi rappresentativi di un gioco tra identità e alterità nel quale si legge la possibilità che l’io contenga in sé l’altro. I due ruoli inoltre concorrono ad assolvere alla funzione del mito dal momento in cui lasciano aperto uno spiraglio di caos nell’ordine dato. In tutti i modelli mitologici, ci dice l’antropologa Laura Faranda, la possibilità del caos resta in aperta per renderci pronti al suo eventuale ritorno, come a voler munirci delle strategie per disciplinarlo e mantenere l’ordine. 

Attualizzare il mito

Nel mito assistiamo, con il gesto di Zeus, a un passaggio di potere dal femminile al maschile. Perché è così importante l’atto di rottura del dio olimpico? Zeus di fatto, incistandosi i feti dei figli nel proprio corpo allarga il suo potere di maschio. Trasforma quello che per nonno e padre era stato un tentativo (fallito) di esercitare un controllo sul corpo del femminile e sulla natalità in conoscenza del mistero della nascita. Zeus si fa femmina, elimina dall’equazione il corpo della donna. Vuole essere maschio dominante, padre e signore degli dei e per farlo deve poter dominare il “mistero” della nascita

Se il mito come abbiamo detto nasconde la storia, in che punto della storia si inserisce questo mito? Secondo la lettura che stiamo seguendo, nel momento in cui le comunità umane della Grecia antica iniziano a rappresentarsi come poleis, si comincia ad affermare un sistema proto-agrario per il quale costruire culturalmente un equilibrio tra il maschile e il femminile diventa necessario. Perché? Cosa arriva con la sedentarietà? 

Il principio di proprietà che si lega quasi subito a quello di ereditarietà si intreccia con un dilemma che riconosciamo ancora oggi nei detti e proverbi comuni come “la madre è sempre certa!” e il padre? Bisogna essere sicuri dei propri figli e quindi esercitare un potere sulla loro nascita, sui corpi femminili che li ospitano. 

Guardiamo un momento ora al presente: Zeus nel mito si prende tutto il controllo possibile dell’atto di nascita, oggi a chi appartiene questo potere?  

 

Ci lasciamo questo interrogativo aperto con la consapevolezza che la risposta sia osservabile direttamente nel dato empirico del vivere quotidiano e che molte altre prospettive possano scaturirne. Prossimamente parleremo ancora di queste tematiche allontanandoci dal mito e guardando ai corpi femminili, alla loro costruzione sociale in diversi contesti e all’iper-medicalizzazione dell’atto della nascita. Pensi possa essere interessante? Faccelo sapere nei commenti!

Testo consigliato : Laura Faranda. “Viaggi di ritorno. Itinerari antropologici nella Grecia antica.” Armando Editore, 2009.

Quanto costano le mail in carcere?

LE PAROLE DI L

Il vento delle mail in carcere, a caro prezzo

C’è un dato che deve confortare, almeno chi se le può permettere, stiamo parlando delle mail in carcere. È un “mezzo di comunicazione” notevole dietro le sbarre. Con la mail “parliamo scrivendo” al cuore dei nostri cari e loro parlano al nostro. 

 

Con la mail comunichiamo più celermente con i nostri avvocati, talvolta inca**andoci con loro chiedendo rassicurazioni ed altro. Con le mali siamo presenti laddove siamo assenti: il mondo libero, ca va sans dire.

 

La mail può rafforzare la nostra identità scalfita dall’assenza della libertà

Ci sono per noi detenuti, in questa forma di comunicazione, nostalgia e sensi di colpa per ciò che non si è vissuto, nel bene e nel male. Ma si continua a sognare un futuro con l’arma della scrittura. 

 

Non deve sembrare questa una narrazione edulcorata e rosea della realtà, perché i nodi da sciogliere sono tanti a cominciare dai costi e dai tempi di invio e ricezione che non sono esattamente gli stessi che si hanno “fuori” in libertà. La posta elettronica “smistata” da altri arriva sempre il giorno dopo. Quella di venerdì poi il lunedì successivo. Quello che parenti, mogli, figli ed avvocati scrivono può essere letto solo il giorno dopo. E, molte volte, neanche letto perché viene ricevuto e mandato in automatico nello SPAM del ricevente, perché non viene riconosciuto dalla email. 

Quanto ai costi… Et voilà 30 pagine 12 euro, 70 pagine 24 euro, 165 pagine 40 euro e dulcis in fundo, 250 pagine 54 euro.

  

È bello il non detto…. 

Sarebbe giusto riconoscere questa modalità di comunicazione anche a chi è “l’ultimo degli ultimi ” e non ha un centesimo, ma tant’ è. 

 

M 49 

Il mio percorso in carcere

Partendo da un discorso generale sul rapporto di G con il mondo carcerario per intero, nasce un approfondimento sulla sua esperienza personale che vuole stimolare una riflessione sul valore che ha l’atteggiamento pregiudiziale nei confronti dei detenuti e delle detenute, in relazione all’inclusione sociale degli stessi. 

LE PAROLE DI G

Articolo 1 – Ordinamento Penitenziario

“Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona.

Il trattamento è improntato ad assoluta imparzialità, senza discriminazioni in ordine a nazionalità, razza e condizioni economiche e sociali, a opinioni politiche e a credenze religiose.

Negli istituti devono essere mantenuti l’ordine e la disciplina. Non possono essere adottate restrizioni non giustificabili con le esigenze predette o, nei confronti degli imputati, non indispensabili ai fini giudiziari.

I detenuti e gli internati sono chiamati o indicati con il loro nome.

Il trattamento degli imputati deve essere rigorosamente informato al principio che essi non sono considerati colpevoli sino alla condanna definitiva.

Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi. Il trattamento è attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti.”

Il tempo per trasferire lo stipendio

G è in semilibertà, ha un lavoro e percepisce lo stipendio come ogni persona che svolge attività lavorativa. Come riceve il denaro un detenuto che lavora? Una cosa poco nota è che ogni detenuto ha diritto ad avere un conto all’interno dello stesso Istituto Penitenziario: per chi è assunto da terzi – pubblici o privati –  l’iter prevede che il pagamento dello stipendio passi per l’Istituto, il quale si occupa di girare successivamente il bonifico sul conto personale del detenuto. 

È possibile che lo stipendio arriva l’8 del mese all’Istituto e a me viene girato il 24? È possibile che mia moglie con la mia famiglia non ricevono soldi in tutto questo tempo? 

Io capisco che è l’iter ma qui si tratta di un bisogno vero, quanto ci vuole per girare la mensilità? Più di venti giorni? E poi il problema è che se provi a chiamare, con tutta la calma e il rispetto possibile loro ti rispondono pure male. Ti trattano come se li scocciassi, come se a me fa piacere stare attaccato al telefono per ricevere quello che è mio e mi guadagno

Loro aspettano che tu sbrocchi e parti con il cervello, questa è la sensazione che ti danno: aspettano per farti rapporto e rispedirti in carcere. Non voglio generalizzare troppo, perché non tutti sono così, non tutti abusano così della loro posizione, fortunatamente. I tempi sono lunghi per tutto, mica solo per ricevere lo stipendio, anche se questo mi preme di più perchè chiaramente va a discapito della mia famiglia. 

Il tempo per ottenere l’affidamento

Il 31 dicembre sono rientrato in carcere e per questo avevo fatto richiesta di Affidamento in prova ai servizi sociali prima (Capo VI dell’Ordinamento Penitenziario – Misure alternative alla detenzione e remissione del debito – Art. 47).

In questo modo dalla struttura in cui ero da circa due anni e mezzo, non sarei più tornato in carcere e avrei potuto finire gli ultimi anni di pena fuori, magari anche a casa con la mia famiglia. Avere la possibilità di non tornare più dentro rappresentava una gioia grande, il fatto che ci sono tornato psicologicamente mi uccide.

Il problema qual è? Anche qui c’è stato bisogno di un tempo infinito per avere una risposta e tanti, tantissimi solleciti al Tribunale di Sorveglianza. Di fatto si tratta di una firma, nel mio caso, perchè i requisiti per ottenere la misura ce li ho tutti però sembra che non ci sia nessuno dall’altra parte a metterla questa firma o anche a non metterla

Ad oggi ho una data per l’udienza, a maggio, dopo lunghi mesi di attesa.

Instaurare una relazione con i detenuti 

Quando si parla con una persona, soprattutto in vista di una rieducazione, devi essere gentile, paziente; non aggressivo. È normale che non deve essere così, perché immaginate di avere un cane chiuso in una gabbia – forse l’esempio è un po’ brutto però è così – se lo trattate male questo cane, non lo accarezzate, gli urlate e non gli date da mangiare, quando esce vi abbaia, vi morde: lo stesso succede per il detenuto.

Le persone che lavorano in carcere non trovano il tempo per ascoltarti, non vogliono o non possono: noi abbiamo mancanza di affetto e nessuno ci fa sentire ascoltati.

Quando è morto mio padre, ero nella mia cella e stavo nervoso, arrabbiato, frustrato. 

Stavo combinando un bel casino, però è arrivato un agente molto buono: una persona veramente umana che mi ha parlato, riferendosi a me per nome invece che con il mio cognome. Mi ha mostrato comprensione per il momento difficile che stavo affrontando e mi ha dato modo di ragionare sul comportamento che stavo avendo, che andava solo a mio discapito. Stavo sempre chiuso, non è che abbia fatto qualcosa di particolare: semplicemente una parola mi ha calmato e mi ha dato quello di cui avevo bisogno – calore ed affetto, infatti poi mi ricordo che sono crollato a dormire. 

In carcere le persone vivono per una lettera

Una lettera, un foglio di carta: la gente vive solo per quello in carcere, lo sapete? 

Fuori non si dà troppa importanza a certe cose.

Quando passa l’addetto alla posta a consegnare le lettere, le persone cambiano umore: dacché stanno tutti a muso lungo, a braccia conserte nelle celle a che si aprono dalla gioia, alla scoperta di cose nuove.

Quando io ricevevo la lettera, ad esempio di mia moglie, sapete che facevo?

Mi organizzavo come se fosse l’impegno più importante della giornata – il che era così effettivamente – mi preparavo la postazione e iniziavo a leggere molto molto lentamente: non volevo che finisse.  Finivo di leggere, la posavo. Dopo un’ora ricominciavo a leggerla. 

Abbiamo sbagliato e io ne sono consapevole, è giusto che paghiamo ma con dignità e umanità. 

Noi per l’opinione pubblica siamo lo scarto degli scarti.

Ma le statistiche parlano chiaro, le persone detenute che hanno avuto l’opportunità di lavorare non hanno più commesso reati. Quindi di che parliamo?

In questo modo tu vai a diminuire la delinquenza e a ricostruire una società diversa, migliore.

Gli educatori in carcere ci sono? 

Dove stavo io c’è solo un’educatrice per un carcere intero! Una sola che deve gestire tantissimi detenuti e molti anche con problematiche serie, come la tossicodipendenza. Come fa? 

Un giorno parlando, e le chiesi: “Dottorè ma come fa adesso con tutte queste persone? Le hanno lasciato un bel carico di lavoro!”. Lei mi rispose: “Dove arrivo metto il punto!”.

E chi paga per questo? I detenuti.

Giustamente lei non può fare altrimenti, quindi il problema è a monte: c’è bisogno di più educatori ed educatrici!

La tecnologia per gli over 60

Osservando insieme i risultati dello studio di Pro Senectute riguardo l’utilizzo di internet e della tecnologia per le persone over 60, Digital Seniors, nasce una riflessione con E che è l’ospite più anziano incontrato durante il mio percorso di tirocinio e allo stesso tempo quello più competente nel campo tecnologico.

LE PAROLE DI E

“Dal 2010 c’è stato addirittura un aumento del 50% delle persone anziane che si connettono in rete. […] Il crescente interesse per le tecnologie digitali da parte delle persone anziane si manifesta anche attraverso la partecipazione a corsi di computer, tablet e smartphone organizzati dagli enti che si occupano di anziani. Si tratta di avvicinare questi ultimi a un mondo, quello dei dispositivi digitali, in cui si possono creare nuove opportunità di comunicazione e competenze per l’accesso alle informazioni e ai servizi online.”

Tu cosa ne pensi?

L’elettronica è molto importante, c’è sicuramente da tener conto di una cosa: oggi la tecnologia è diventata parte della nostra vita e vuoi o non vuoi dobbiamo abituarci, è un passaggio obbligatorio di questa fase e diventa sempre più un imperativo.

Non è tanto una questione di età ma di obbligo, è un qualcosa di imposto dal contesto contemporaneo, dalla nostra quotidianità.  

Guardando la tecnologia dalla prospettiva della reclusione e dell’anzianità possiamo dire che è molto importante soprattutto perché aiuta  a mantenere sveglia la mente e a non vivere questa parte della vita in una condizione di apatia.

Si può cadere molto facilmente nell’apatia in carcere, ancora più facilmente quando si è anziani e questo è molto negativo. Ed è per questo motivo che la tecnologia per gli over 60 diventa un aiuto psicologico importante; può portare le persone a vedere le cose in modo diverso, ad allargare gli orizzonti che passivamente non guarderebbero. 

Questo aiuto però è contraddittorio, perché gli orizzonti possono essere molteplici e anche devianti. Deviante nel senso che se una persona non ha una consapevolezza salda ed equilibrata di se stesso e quello che vuole, per percepire in modo corretto l’informazione che riceve, può cadere nella possibilità di scegliere una direzione sbagliata piuttosto che un’altra.

Per questo si deve riuscire a costruire un’autonomia critica di pensiero e in questo internet può aiutare: sforza la mente. 

Cosa mi piace della tecnologia

Io ho iniziato da giovane ad interessarmi dell’elettronica, ho studiato questo perché mi è sempre piaciuto: l’elettricità, l’elettronica, la capacità di creare qualcosa da zero ti fa sentire reale, partecipe di quello che costruisci; l’informazione, la capacità di poter gestire un computer, essere padroni dell’informatica e in qualche modo dei tempi che corrono. Sono un radiotecnico elettricista specializzato con partita iva, ho lavorato in questo ambito per anni e quando posso lo faccio ancora. 

Quando ho iniziato esistevano ancora le radio a valvole! Questo è quello che più mi piace dell’elettronica, perché è un qualcosa in continuo sviluppo: quando pensi di aver imparato a conoscerla, già ti ha surclassato. Possiamo dire che è ancora giovane e in una fase di espansione, infatti è importante anche in ambito lavorativo. Tutto quanto oggi funziona attraverso il digitale, il consiglio che davo sempre ai miei figli era quello di studiare e lavorare in questo campo, dato che c’è una richiesta di lavoro importante nel mondo dell’elettronica.  

Il problema in questo senso è che manca la reale consapevolezza di ciò che si vuole, non solo oggi, capitava anche ai miei tempi. Oggi però c’è la possibilità di prendere tantissimi indirizzi differenti. Avere le idee chiare e sapere cosa si vuole fare è importantissimo ma allo stesso tempo bisogna guardare al mercato, a quello che richiede. Ci dobbiamo rendere conto che ormai in ogni lavoro che si vuole fare, c’è sempre un computer di mezzo

Pro e contro della digitalizzazione

Avete mai preso la metro? Io mi soffermo spesso a guardare le persone, non c’è una persona senza telefono in mano. Che significa questo? 

Noi diventiamo schiavi del telefonino e perdiamo la capacità di comunicare con l’altro. 

Facciamo un esempio molto semplice: io vivo a Milano, ho dei vicini. Li conosco? Mi interessa di conoscerli? No e molto probabilmente vale lo stesso per loro. La mia vita è veloce, frenetica. Appena metto piede fuori dalla porta di casa ho il telefono in mano, anzi, anche da dentro casa ho il mio cellulare con me. Parlo di comunicazione tra individui: con la digitalizzazione si creano nuove forme di comunicazione è vero, ma sono forme virtuali e non reali. Allora mi chiedo: è meglio una comunicazione reale o virtuale?

Anche nelle famiglie, è importante creare momenti di condivisione e riunione, ad esempio a tavola, senza telefono o televisore acceso. Se vogliamo guardare la cosa dal lato positivo, dobbiamo necessariamente guardare alla possibilità che ci dà la tecnologia di parlare anche con le persone che si trovano dall’altra parte del mondo.

Gli strumenti digitali poi sono molteplici come sappiamo.

Ad esempio, rispetto al telefono il computer è diverso: è principalmente un mezzo di lavoro, anche di comunicazione ma ha una funzione che non ti esula da quello che è il rapporto con gli altri. 

La condivisione dei momenti tramite i social, ad esempio, secondo me non ha alcun senso. Immaginate di andare in vacanza ad Atene e stare tutto il tempo a fare video per Facebook. Che senso ha? Solo per dire al mondo “io sono stato qui!”. Personalmente se faccio il video ai paesaggi e alle mille cose da vedere della città di Atene, lo mostro ai miei cari quando torno: e questo è il mio modo di pensare la condivisione.  Si perde troppo tempo a guardare video divertenti e inutili, sono distrazioni alienanti che ti fanno uscire fuori da te stesso e da quello che è la vita reale. Durante il lock down, è innegabile che lo smartphone sia stato utile perché ovviamente ha dato la possibilità alle persone di comunicare, quando tutti erano chiusi in casa.

Il telefono è uno strumento importantissimo ma non devo diventarne schiavo.

Per quanto riguarda invece la privacy di una persona, non possiamo non sapere che questa viene persa all’interno del circuito digitale: non si ha più diritto alla propria privacy e si vendono i propri dati al commercio. Questo, ad oggi, è inevitabile e tutti ne siamo consapevoli.

Il telefono è anche questo, una spia dei nostri movimenti che portiamo sempre con noi, ascolta e vede sempre – anche di notte. Avete mai ragionato sul fatto che ora non si può più togliere la batteria allo smartphone? 

In questo modo, il telefono non smette mai di lavorare e di fatto non può essere mai del tutto spento! Su questo c’è molto da ragionare.

E voi cosa ne pensate?